giovedì 21 giugno 2012

ZORRA

(Dolceacqua, 19 giugno 2012)


Decidemmo cosi' di fondare un club. Un club generico, senza nessun orientamento. E forse questo fu il primo errore. Perché se avessimo indagato un minimo, avremmo scoperto come, fondare un club, sia utile soprattutto se si intende fare carriera o arricchirsi o insomma, non passare tutto il tempo a sucare. E invece non indagammo, non ci informammo, e tutto fini' a schifio. Ma e' presto per parlare della fine. Dato che siamo solo all'inizio. L'inizio, appunto, e' questo... decidemmo di fondare un club. Il club che decidemmo di fondare era un club generico e senza orientamento, poiche' noi eravamo generici e senza orientamento. Quando decidemmo di fondare il club ci ritrovavamo già da un anno sempre noi e sempre gli stessi, tutte le sere nello stesso garage senza nessun preciso motivo se non quello che c'eravamo. Noi e il garage e le sere. Quindi ci parve naturale che il nostro club dovesse rispecchiarci in qualche modo, e non ci preoccupammo di indagare oltre. Infatti, per come eravamo, a noi piaceva soprattutto l'improvvisazione. Mai, e dico mai, il giorno prima si sapeva a cosa avremmo giocato il giorno dopo. Ma nemmeno a scuola, la mattina, si parlava di cosa avremmo poi fatto nel garage, la sera. Il garage era il garage del padre di Pasquale. Un posto inaudito, almeno all'epoca e almeno per noi. Per noi tutti, compresi Pasquale e suo padre, il quale di garage ne aveva dieci, tutti al paese, e di macchine invece ne aveva solo una. Sebbene alcuni degli altri li avesse affittati, il padre di Pasquale, comunque i garage che teneva vuoti erano la maggioranza. Anche perche', in paese, non e' che ci fossero poi tante macchine e anche quelle che c'erano, erano dei catorci veri e propri. Tanto che non valeva la pena pagare per tenerle al coperto. Altri tempi. Inoltre i posto auto in paese erano molti piu' delle persone, e molti piu' delle automobili. Certo, si intuivano sviluppi disastrosi in merito al sovraffollamento di mezzi a motore, ma in ogni caso l'investimento del padre di Pasquale sembrava ai piu', ivi compreso il padre di Pasquale, azzardato. Il nostro club, pero', godette di tanta sconsiderata scommessa sull'oscuro futuro del mondo, di tanta casualita' o non so nemmeno io bene cosa fu. Del resto, il padre di Pasquale, aveva, all'epoca, della terra intorno al paese che coltivava a grano e ulivo, e tre case basse aveva ancora, ereditate da sua madre, che poi era la nonna di Pasquale ed era mancata da poco, e lavorava anche come operaio all'Italsider, il padre di Pasquale, nelle acciaierie. Certo, a lavorare non andava quasi mai, perche' stava sempre in malattia, ma in compenso lo stipendio lo percepiva. E dato che s'era aperto anche un mini-marcket, il primo in paese, e l'unico come per tanto tempo ancora sarebbe stato, lui a lavorare all'Italisider non ci andava soprattutto perche' aveva ben altro da fare con le attivita' di famiglia.
Ma torniamo al club...
...il nostro club, sconclusionato, nacque dall'improvvisa voglia che ci prese di darci uno statuto. Uno statuto generico e senza orientamento. Ci piacevano i soldatini, quasi a tutti e questo almeno l'avevamo in comune o ci sembrava, ma l'unico a possederne era Maurizio. Maurizio era figlio di due abruzzesi arrivati chissa' come al paese, e il cui padre lavorava anche egli all'Italisder da operaio. Maurizio aveva tanti nonni e zii e tutti erano dispiaciuti perche' viveva lontano da loro, ed essendo il solo nipote, lo riempivano di soldatini. Ne aveva 10 fustini di Dixan pieni zeppi. Con quei fustini, poco piu' avanti, avremmo potuto suonare come fossero stati casse e rullanti di batteria. Per il momento, però, quando cioe' decidemmo di fondare il club, i fustini erano ancora pieni. A Maurizio i soldatini piacevano tanto, ma ancora di piu' gli piaceva Rossella, di cui era addirittura innamorato. A Rossella i soldatini non piacevano, ma faceva finta. Perche' stava imparando a far finta, su consiglio della mamma, e se non bastasse questo motivo a spiegare il suo tirocinio, aggiungero' che fingeva per appropriarsi dei fustini ancora pieni da svuotare, i quali le facevano gola, essendo lei una aspirante batterista. Ecco, Rossella voleva suonare e tirare su un club musicale dal nostro esercizio, ma non lo dichiarava, perche' tanto tutti gli altri del club andavano ancora matti per le canzoni di Sergio Endrigo e Bruno Lauzi, roba per bambini, e ignoravano completamente i Led Zeppelin, oltre ad ignorare di sana pianta cose come il rock. A Rossella invece il rock piaceva, ma sua madre lavorava in campagna insieme a suo padre, a scuola la mandavano per il rotto della cuffia, e i fustini in casa sua erano banditi, poiche' nessuno dei suoi parenti si sarebbe mai sognato, all'epoca, di andare a comperare detersivi al mini-marcket del padre di Pasquale. Ecco, per la precisione, a casa di Rossella dubito si comperasse niente. Io a casa di Rossella c'ero stato solo una volta. Abitava appena fuori paese, in un tugurio buio di campagna, una specie di trullo, che puzzava di sterco e d'estate era corso da miriadi di mosche. Come facessero poi le mosche a resistere in quell'ambiente rovente, devo ancora capirlo. Comunque, e malgrado cio', anche io di Rossella mi ero innamorato. E piano piano, benche' amassi i soldatini, capito come lei ragionava, cominciai a fingere non mi piacessero, e di conseguenza imparai. Imparai a fingere con gli altri che mi piacessero, perche' in effetti mi piaceva piu' Rossella e quindi i soldatini non potevano piu' piacermi molto e toccava fare finta, e poi imparai a fingere con lei che mi piacesse il rock. Il rock alla fine non era malaccio. Nel senso che non ci capivo niente, perche' l'inglese non si capiva, e che spesso mi sembrava solo rumore quello che veniva fuori dalla radio del bar nel quale Rossella mi trascinava per convertirmi, pero' in fondo mi piaceva piu' Rossella di quanto mi facesse schifo il rock, e quindi il rock non era poi cosi' tanto male. Comunque, dicevo, quando decidemmo di fondare il club senza orientamento, lo facemmo soprattutto perche' ci sembro' che sarebbe stato bello darci uno statuto. Nello statuto scrivemmo che era da donare, al circolo, cio' che uno di piu' prezioso possedeva, e cosi' procedemmo a svolgere la prima riunione. Pasquale, durante quella riunione, disse che lui di prezioso non possedeva molto, se non appunto quel garage che amava solo perche' ci permetteva di incontrarci tutte le sere al riparo dagli sguardi degli adulti, e che ci faceva sentire, il piu' delle volte, come una banda di banditi, di quelle che si vedono al cinema o che si cominciavano a vedere in televisione. Dei pirati, quasi. Non fosse stato che il mare al paese non c'era, e che quindi al limite avremmo potuto essere pirati di terra, che poi vuol dire briganti. Ma dei briganti avevamo inspiegabilmente paura, quindi si, disse Pasquale alla fine, la cosa piu' preziosa che aveva era il garage, che valeva un po' come isola del tesoro, e che quindi ce lo donava. Anzi, lo donava al club. Poi in realta' il garage non era suo, ma di suo padre, e questo lo avremmo imparato a nostre spese. Ma del resto, alla riunione, non venne fuori nulla del genere, e quindi ce lo tenemmo per buono. Maurizio, ovviamente, ci scarico' tutti i soldatini, perche' non vedeva l'ora di farlo, convinto che Rossella li amasse e li volesse tutti a tappeto e sotto i suoi piedini. Non disse proprio niente, Maurizio. Quando fu il suo turno, si alzo', prese ad uno ad uno i fustini che aveva trasportato col mio aiuto da casa sua e in cinque viaggi, e li riverso' sul pavimento. Seguirono, nell'appello ai soci, Francesco e Fabio, che erano fratelli gemelli e parlavano sempre insieme. Loro vivevano accanto alla scuola, ed erano testimoni di Geova. Anzi, i loro genitori lo erano, ma a noi questo non interessava. Entrambi erano bravi nel disegno, tanto che in classe, passavano il tempo a disegnare su richiesta dei compagni robot e altre figure sui diari e sui quaderni. E dato che di meglio niente avevano, soprattutto non la fede in Geova per fortuna, ci regalarono, anzi, regalarono al club, matite colorate e penne di china, cosi' da disegnare sui fogli opere ed opere che ci raccontassero lì nel garage. Marzia e Beatrice, anche loro sorelle, abitavano al castello, e di notte, una notte, avevano rubato dal giardino della fortezza i lumini che stavano sopra le tombe degli antichi proprietari del maniero. Erano il mistero della loro vita quei lumini, e cosi' quelli ci regalarono. Quando piu' tardi i ceri finirono accesi sotto i disegni degli atri due associati, il garage comincio' a diventare un luogo esoterico e magico, ma tanto ognuno ci vedeva quel che aveva nella fantasia, e cosi' soltanto per le due bambine assunse quell'aspetto, mentre per gli altri il posto rimase cio' che desideravano. Venne il turno di Paolo, che non aveva davvero niente se non la capacita' di far ridere. E quella ci offri', come da copione per il buffone che era. Adesso, buffone puo' sembrare un insulto, ma non e' cosi'. Paolo per me era prezioso piu' degli altri. Piu' di tutti forse, tranne che di Rossella. E quando tanti anni dopo parlo' dei tempi andati, disse che di errori ne aveva commessi parecchi e insanabili. E' vero, ne aveva commessi. Ma sinceramente, a pensare ai suoi errori, non direi che fossero poi identificabili con gli atteggiamenti da pagliaccio quanto piuttosto con le cose che gli vidi fare nel successivo culmine degli scoraggianti danni. Quindi tocco' a me parlare. Io avrei detto che la cosa che di piu' amabile avevo era Rossella. Ma primo non l'avevo e secondo non l'avrei data. Quindi dissi che, cio' a cui piu' tenevo, era il mangiadischi che mio padre mi aveva regalato. Tutti giubilarono quando mi offersi di portarlo, per la sera successiva. E ognuno si preoccupò di alzare la mano per proporsi a condurre dischi. Pero' io a quel punto mi zittii e zittii gli altri, dato che la mia mossa era concordata con Rossella, e a lei adesso toccava calare l'asso. E lei infatti si alzo' e disse che di importante aveva solo qualche vinile, e che avendo diritto a partecipare, li avrebbe portati lei i dischi al garage e ce li saremmo dovuti sorbire, i suoi e solo i suoi. In effetti Rossella non li aveva i dischi. Li aveva il suo compagno di banco. Ma glieli avrebbe rubati il giorno dopo, a pranzo, con la mia complicità, e ce li avrebbe portati di gran carriera già a sera. Tornando alla carriera, quella che dovrebbe essere obiettivo di chi avesse in mente di fondare un club, ce la lasciammo alle spalle gia' da piccoli in parecchi. Ogni piano venne comunque stravolto dal nostro agire senza orientamento e che stava dietro alle singole sparute fantasie esplosive. Ma questo forse ancora non lo sapevo, non lo vedevo con precisione al termine della prima ufficiale riunione, quando Rossella mi prese per mano, nell'ombra dietro il lampione, e mi disse che ci saremmo visti all'indomani nel cortile della scuola, all'ora di pranzo, non per colazione, dato che a quell'ora e proprio a quella avevamo da compiere la “missione”.

Il missionario, per me a quel tempo, era un intrepido coraggioso eroe, uno segnato dal destino, che ha da compiere un gesto, da realizzare un fatto, da perseguire un obiettivo. Insomma, il missionario, per me, lungi dall'essere uno zelante tarlato o una posizione del sesso, era un uomo senza macchia e senza paura, un avventuriero corsaro, o anche un pirata. Cosi' mi svegliai, quella mattina, immaginandomi missionario, ma con una benda sull'occhio e l'uncino al posto della mano. E la sciabola, certo, infilata alla cintura. Poi mi ricordo che mi guardai allo specchio, e meglio ancora che pirata mi scoprii mascherato da volpe nera, anche se all'epoca non sapevo che Zorro volesse dire volpe in spagnolo e che zorra invece sta per baldracca. Rossella intanto, a casa sua, nel tugurio, forse stava con le gambette nude a scacciare mosche e a preparare il piano. Il piano ardito. Di ardito non ci fu nulla invece, perché tutto cio' che seppe immaginare fu di vendere qualcosa in cambio dei dischi, che avremmo dovuto, almeno a quanto mi andava dicendo nei giorni precedenti, rubare. Invece s'era accordata per farseli portare, all'ora di pranzo e nel cortile, da quel compagno di banco abbastanza strano, tale Alberto, che non ci saremmo mai sognati di invitare al club, che non aveva niente che ci interessasse, nemmeno la conversazione, ma di cui si intuiva, almeno da come guardava, che di noi qualcosa gli importasse. Ma si trattava, sempre a volerlo intuire, di qualcosa di ambiguo, di qualcosa che sta sotto al tavolo, sotto le tovaglie e i finimenti, al limite che si trova in chiesa, sotto le gonne dei preti, o tra le spighe della campagna, dove qualche volta una contadina sudata si alzava comparendo, e poco dopo, se con gli occhi non la seguivi, dallo stesso punto lasciava sorgere, come una pianta, il padrone o il fattore, con le brache a penzoloni. Insomma, non che ne sapessimo molto di Alberto, ma nulla di piu' ne volevamo sapere. Malgrado cio' Rossella mi venne incontro, li' nel cortile, sotto un sole da ammazzarci, mi prese ancora per mano come ormai faceva spesso, e mi condusse nel portone della casa dove abitavano i gemelli artisti. Dietro la scala stavano appoggiati al muro tre piccoli 45 giri in vinile. Accanto a quelli il compagno di banco strano, col pesce di fuori. Allora Rossella mi slaccio' i calzoni, come fossi il fattore e lei sua madre, mi abbasso' le mutande e mi mise il palmo sopra il pisello. Io sudai freddo. Che tutto mi sarei aspettato tranne quello. Insomma dovetti farmi toccare, con Alberto che ci guardava toccandosi anche lui, e dopo due minuti Rossella levo' la mano, si prese i dischi e se ne ando', piantandomi li' come una rapa. A pranzo a casa arrivai tardi, mi sgridarono e misero in punizione. E per di piu' mi avevano cucinato il minestrone. La punizione consistette nel non poter uscire al pomeriggio, e quindi mi ritrovai assente alla seconda riunione del club senza orientamento, che per fortuna, essendo disorientato, mi pianse un poco e poi si fermo' immobile ad aspettarmi. Il mangiadischi quindi arrivo' solo al terzo giorno, li' nel garage del padre di Pasquale, quando sui muri c'erano gia' un bel numero di disegni dei fratelli gemelli, e i lumini sorgevano nel tappeto di soldatini, che tutti affilavano e alcuni precipitavano in una infinita guerra. Cominciammo a suonare le sei canzoni nel mangiadischi, e all'inizio ne fummo un po' sconvolti. Ma presto ci abituammo al suono e scimmiottammo l'inglese ballando, mentre Rossella picchiava sui fustini con le mani e Maurizio stava imbambolato come se gli fosse capitato un grande danno. Paolo faceva il verso a qualsiasi cosa, e finiva subito inciso sui fogli sopra il muro. Le streghette anche, giravano nei fustini vuoti rimescolando non si sa bene cose e ridevano, compiaciute di porri sopra le labbra, porri inesistenti, e staccavano le zampe alle rane e gli occhi alle serpi. E anche loro finivano presto attaccate al muro, nei disegni dei gemelli, e Paolo le pigliava in giro ed io ridevo, perche' ero felice del giramento di testa, della vertigine che mi coglieva li', in quella penombra, con tutte le voci a crescere fino al soffitto basso, e Maurizio, come una statua di gesso, che vede persi i suoi soldatini ma che ancora non gli spiace, mentre anche lui viene ritratto come il colosso di Rodi sopra un foglio. Al quinto mese di riunione venne il progresso, nelle forme di un carro semovente a benzina e motore. Non ce lo aspettavamo. Il padre di Pasquale ci diede lo sfratto, e noi improvvisammo un corteo fuori nella strada. Il club si mosse coi fogli e i lumini e i soldatini appresso, che ci seguivano in una lunga fila. E giunti in piazza chiedemmo agli uomini e alle donne se anche quella fosse il posto di qualcuno o se invece potevamo tenerla. Ci risposero che tenere una piazza non e' un fatto che si possa decidere a tavolino. Che la rappresentazione e' un conto, ma la realta' dei fatti dipende da tutt'altro che da un simulato evento. Ci dissero anche che la piazza si tiene giocando o sparando. E noi eravamo pronti a tutto. Cosi' organizzammo i soldatini in schiere e i musicanti in band e le statue in bronzo e gli artisti li mettemmo a sedere e le streghe le bruciammo sul rogo e il pagliaccio lo deridemmo il doppio e il figlio del proprietario lo eleggemmo sindaco e la bella zorra la cambiammo con un cammello. E io mi feci monaca. Perche' capii che il miglior club e' il convento.

8 commenti:

  1. azz alla faccia della laconicità!
    adesso ho capito perchè Cassandra stamani ha reagito! ^_^

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  2. e' vero!!! infatti mi ha sorpreso...
    e non sai tutto! qui c'e' solo ZORRA, ma per Crackonti c'e' gia' la fila di post da pubblicare...

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  3. azz... alla faccia dei soldatini... li avessi avuti a tiro io da bambino, quei dieci fustini, mi avrebbero fatto una gola... avrei passato il tempo a fare piani per farne sparire almeno un paio (di fustini pieni, non di soldatini) e farli ricomparire per magia in camera mia, altro che fondare club... :)

    La prima impressione è che non si tratti neanche della stessa penna che scrive le cose su Cassandra (il che detto da me è positivo al massimo: non amo le voci monotone), però devo anche dire che, almeno per il momento, preferisco le cose che scrivi "di là"... :D

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    1. e' la stessa tastiera, ti assicuro!!!!! e' chi scrive che e' affetto da sindrome da multi-peronalita'. sono un residence :)

      ok, se non ti piace la monotonia allora puoi guardare anche I MOTIVI DI UN UOMO e LEAVE ME ALONE. poi chiama lo psichiatra :)

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  4. guarderò di sicuro... ma gli strizzaportafogli (la gente meno fantasiosa li chiama ancora strizzacervelli) meglio stiano alla larga... :-))))

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    1. con quelli, il portafogli, e' la cosa meno grave che ci si possa rimettere...

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