giovedì 5 luglio 2012

ESTER

(Dolceacqua, 14 GIUGNO 2012)


Ester fu il nome che le diedero in dote. E lei lo portò sempre con eleganza, con gravità, legandosi i sogni alla caviglia per non perdere il contatto con la terra. Scalza, da piccola, affrontava spesso il giardino di casa, della casa bella che suo padre aveva costruito. Ardito, fin nell'intimo il vecchio, aveva osato e lì dove nessuno poté più guardarlo si perse, costretto da infiniti mali a giocare fuori dalle coperte.
Il fratello di Ester invece scalzo non ci andò mai, nemmeno dalla camera alla cucina, perché sentiva lì in fondo alla gamba un fastidio degradante, come una piccola radice che se posta a contatto col suolo avrebbe benissimo potuto imprigionarlo per sempre, in un movimento poco gradito, sconfortante, imbarazzante. Preferiva starsene in disparte. A vent'anni si prese una ragazza giovane, una notte per strada, all'uscita di un locale. Non era andato a ballare, ma a mimetizzarsi, come fanno i rospi per sorprendere le libellule inebriate. La ragazza aveva mani piccole e scure, e sembrava un po' interdetta. Così il fratello di Ester l'abbordò. Poco più tardi, a colazione, la giovane venne presentata ai genitori, e dieci anni più tardi li uccise tutti, madre, padre ardito, marito e cognata, in quello che venne catalogato come eccesso di follia, raptus, ma che fu forse il centro di un cerchio disegnato con pazienza, con ostinazione: il disegno di un evaso scemo che vuole tornare in prigione.
Nemmeno Ester si salvò da quel fattaccio, con tutto che era da tanto tempo fuori casa, abitando sotto un ponte, ma la sfortuna volle che proprio la sera della strage stesse cucendo un cappotto sotto il tetto di suo padre.
Come detto, Ester, era scappata di casa tanti anni prima, o meglio, ne era stata espulsa per uno squilibrio naturale intercorso nelle faglie sottostanti i campi di margherite. Si ha un bel da fare a coprire certe scorrettezze e certi movimenti col profumo dei fiori di campo! Quando i nodi vengono al pettine, il destino s'inflette anche per centinaia di chilometri e chiama ogni trama a raccolta. Ammonticchiati, quindi, finirono tutti, ed Ester insieme a loro, perché non c'e' nessun bisogno di arrecare disturbo al fato inventando una scusa. Tanto nessuno si beve niente a questo mondo, le vite vanno avanti anche monche e non c'e' alcun corollario al teorema principale. E non è nemmeno vero che un fusto sia tanto più sano quante più siano le sue ramificazioni. Tutto sta dentro lo sguardo del mondo, e nemmeno Libereso, nemmeno il giardiniere del paradiso, sa in realtà quando meglio sia piantare, quando meglio sia trapiantare e a cosa esattamente conducano gli innesti.
L'innesto di Ester nel mondo reale, quello che stava fuori dal giardino di suo padre, avvenne che lei aveva appena 19 anni. Coi sogni legati alla caviglia, una mattina, andò dal genitore e gli confessò che avrebbe voluto partorire un drago. In principio suo padre non capì, perché gli sembrava che sua figlia scherzasse, lo volesse coinvolgere in un gioco o stesse ancora dormendo, malgrado avesse gli occhi aperti e con quelli, scuri, lo fissasse dentro i suoi. Allora le domandò, sorridendo, come pensava di poter partorire un drago, e la ragazza, seria, gli confidò che aveva sognato un sogno senza immagini, ma solo pieno di pensieri e chiavistelli e catene. Un flusso di ragionamenti e ispirazioni. E che per partorire un drago aveva bisogno di giacere con un essere di quella specie. Allora il genitore si preoccupò, perché Ester era ben sveglia e non torceva un solo capello al rispetto che si deve a chi ti dà i natali, ma confermava spedita solo il suo proposito, la scelta che aveva fatto per la sua vita. Così, il vecchio ardito, l'attirò con una scusa nella camera più buia della casa, quella dove avrebbe dovuto crescere il terzo figlio, che poi era il primo mancato, ossia il fratello mai nato, il primo parto andato male della sua compagna. Quella stanza stava al piano terra, ed era rimasta sepolta come il feto abortito, immobile negli istanti e nei pensieri, tutto compreso, lettuccio e pupazzetti di colore neutro poiché mai s'era saputo quale sesso quella creatura avrebbe avuto. La stanza del mai nato era un vero mausoleo, tirato su nei tre mesi precedenti il dramma, e rimasta lì anche in seguito, serrande abbassate, perché la moglie dell'ardito diceva che l'essere viveva nei pensieri e nei desideri, e bisognava onorarlo come si onora il mistero della vita piegata a coperta sopra la schiena della morte. E soprattutto che prima o poi sarebbe tornato. Ester quindi, ingenua anche se un po' timorosa, seguì suo padre nella stanza chiusa e buia, perché egli, il genitore, doveva mostrarle un segreto che nessuno conosceva e che custodiva dentro quel posto e che di sicuro l'avrebbe aiutata a perseguire il suo proposito di partorire un drago. Non che Ester credesse davvero al genitore, ma lo seguì. Un po' perché voleva assecondarlo, un po' perché capiva di avergli appena dato un dolore grosso, e che sarebbe stato meglio assicurarsi che quel dolore non avesse fatto impazzire suo padre. Ma arrivati che furono nel buio di quel luogo, la ragazza si ritrovò sola. Vide un lampo di luce e la porta che si chiudeva. A chiave dall'esterno. Suo padre l'aveva imprigionata.
Più tardi venne il dottore, quello di famiglia, col sorriso sadico e consenziente come l'anima persa che si riflette sul viso del corpo venduto che l'ha uccisa. Parlò con la giovane donna per cinque minuti, il medico, da solo, nella penombra del litio, e subito fu chiaro, ad Ester, che quello l'avrebbe tradita. Così simulò. Simulò incredulità per il gesto del genitore, e negò di aver confessato il suo proposito, negò persino l'esistenza dei draghi e comunque ribadì che il pazzo, se un pazzo c'era, era suo padre.
Venne ricoverata in una clinica psichiatrica. La tennero legata e sedata per due giorni interi, e poi cominciarono a torturarla per mesi, con sedute di psicanalisi e terapia farmacologica. E nel giorno del suo ventesimo compleanno, infine, conobbe Alamo, il più pazzo tra i pazzi, il più bello tra i draghi.
Alamo aveva un vero fortino al posto dei capelli. Peli ispidi tesi in alto come torrioni a difesa delle sue idee. Poche briciole di smalto sopra i denti aguzzi, il collo forte, tutto pallido, legato come un salame perché, stranamente, i farmaci non avevano nessun risultato quando provavano a piegarne la personalità. Alamo si presentò ringhiando a tutto il personale. E nella prima settimana staccò un dito a morsi a un infermiere. Neanche con le donne era gentile. E tirava calci come se, al posto delle gambe, avesse mulinelli ed eliche di motore. Facciamo l'amore? Gli chiese Ester l'ottavo giorno. E incredibilmente, Alamo, capì di cosa stesse parlando. Si trovarono in cortile, sotto il platano, a due passi dall'aiuola, in quello che era un punto cieco, forse il solo, di lì a un mese, perché un mese servì ai dottori per essere ingannati. In quel mese Alamo si comportò come essi volevano, a compiacimento delle terapie e delle sapienze di quei pazzi sopra i pazzi.
Ester, dunque, rimase incinta del drago, e all'età di ventuno anni partorì suo figlio.
Nel frattempo il vecchio genitore si contava i giorni e i debiti sopra le ossa gialle, cercando di fuggire dal vetro posteriore della macchina ogni volta che andava con sua moglie al mare, e di lì poi, a trovare Ester.
Ester suo figlio non lo partorì però in manicomio, che riuscì a scappare una mattina di luglio, quando nessuno sognava altro che starsene in spiaggia. E andò a rifugiarsi in un tratto di costa deserta, riparata dai pini. Mangiando bacche e radici, e qualche panino che i turisti, previo servizio, le offrivano come si offre qualcosa allo zoo agli animali imprigionati. Il vecchio genitore ardito la raggiunse dopo anni, tanto ci mise a trovarla. E le chiese se per caso quel drago in mezzo al mare fosse il nipote che gli aveva dato. Ester si voltò verso le onde, ma in mezzo al mare c'era solo un'isola con la costa frastagliata, una rocca dissestata su cui batteva la bandiera pirata. Non mi intendo di politica, rispose allora a suo padre, con gentilezza, perché l'aveva capito: davvero il tradimento le era valso l'incontro col drago, come promesso dal genitore il giorno in cui l'aveva imprigionata, conducendola alla trappola con cio' che sembrò dapprincipio solo un inganno. Cominciarono così a intrattenere un rapporto sciolto, lei e il vecchio, di vai e vieni, di piccole cortesie e sguardi storti, ai quali alternavano anche parole al miele. Ester non tornò mai a vivere sotto un tetto. Non tanto per suo volere, quanto per il piccolo drago che ci avrebbe visto solo un difetto nel cambio tra le stelle e il soffitto, troppo abituato a soffiare era ormai, troppo alto e pieno per sfamarsi al tavolo di una cucina con pane e prosciutto. Solo Ester, affidatolo al vento, qualche sera la passava coi suoi, spiando con gli occhi la cameretta, quella prima galera in cui un mostro si curò di diagnosticarle il male.
La stanza al pianoterra non era più vuota, dato che l'abitavano il fratello e la nuova compagna. Rinfrescati i muri, cambiate le tende, gettati via i pupazzi senza sesso e gli angeli di ceramica, era lei, la ragazza con le piccole mani, ad aver preso il posto della moglie di un drago tra quelle mura. E governava la casa dal tempo in cui, a colazione, ce la avevano portata.
La prima volta che si videro, lei ed Ester, a quest'ultima per poco non venne un colpo. Perchè le parve immediatamente che il destino avesse bussato un colpo, e che un genere indefinito si nascondesse dietro il bel volto da bambina. E in realtà poco se ne seppe mai del vero sesso di quella moglie, di quella nuora e cognata. Di certo non ebbero figli, lei e suo fratello. Nessuno sa dire, però, se la cosa fosse stata tentata. Ma adesso che importa? Nascono draghi dagli occhi di brace in luoghi dove lasci il palloncino legato. Pigliano vita esseri convinti di avere altro che fiato, da altri esseri che li generano piangendo e imprecando. Accadono fatti a confermare o negare l'inganno perpetrato. La verità si veste e si incarna. Cambia d'abito il senso, attualizza la trama, stravolge il confine tra cio' che c'e' e il passato. Nulla al mondo può realmente essere provato.

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