lunedì 19 novembre 2012

METALLICA



Ecco, adesso e' la stazione, quella giusta, quella che ho aspettato di cartello in cartello blu con la scritta bianca che passa veloce o rallenta e ti si ferma affianco, si nasconde oltre il finestrino, dietro il capo del prelato o dietro il cappellino col fiocco nero della signorina spagnola, sola occidentale di una piccola comitiva in vacanza studio.
Sono accenti ucraini, russi, polacchi quelli che si intrecciano a storpiare il nome della stazione in cui mi aspetti da tre ore e al posto di un raffreddore metti il sorriso, un piccolo golf morbido di lana sui jeans piu’ chiari attorno al tondo del sedere, niente trucco sul viso, fumetti dalle labbra, sul ciglio, insieme a me, di un piccolo delirio.
Cosi’ arrivo, scendo e sei come ti ho immaginata. Tu mi vedi da lontano arrivare. Io vedo le tue labbra e le seguo, le scorro, le raggiungo e disfo i bagagli prima ancora di raggiungere la stanza d’albergo che hai affittato, scelta come solo tu sai scegliere le cose. E tuttavia non aspetto, e ti bacio sul marciapiede. Non come la prima volta che attesi passi e silenzi e sospiri. Tutto in uno, ingoio il boccone della tua morbida indecenza, questa ingenuita’ che santifica l’ebbrezza.
Abbiamo la febbre, o almeno sembra, mentre coi riccioli neri mi copri il naso che t’annusa il collo e, insomma, passeggiamo sperduti, annodati come ventole piegate su esse stesse, nuvola il marciapiede, fiume la strada, antro di un bosco il portone d’ingresso, rocce fatate le scale, fresca frasca a chiusa del nido l’ultima porta col numero sopra. Siamo dentro. Ricordi quale numero c’era affisso sull’uscio del nostro regno?
Cosi’ mi spoglio, completamente nudo, e il pene e’ una scheggia di metallo piantata tra le gambe. Ti chiudi a riccio, riccio pallido rosato alle guance, seduta sul letto. E’ cosi’ che ti scendo affianco e ti bacio e mi baci e si scioglie la guerra e comincia la pace, la festa per il rinvenuto capo di un filo smarrito. E sei nuda adesso, e con me nella doccia giochi a essere femmina, sola e reale, sola e possibile, sola ma  capace di tenermi la carne in pugno e spremermi da quella il cuore. Lo spirito. L’anima per altri versi e altri luoghi inesistente.
Il getto d’acqua ti appiccica i capelli alla fronte. Incollata al viso trovo la tua piccola serieta’ smarrita. Mi afferri il pene e scivoli con l’acqua lungo il corpo.
E’ cosi’ che ti insegno a cantarmi la tua devozione.
Dall’alto dei mondi, penso, siamo tutti angeli abbracciati nella trama di una catena. Ma qui tra la polvere, sotto le foglie dei rami dei castagni, ad uno ad uno ci incontriamo, capi di un ponte, ingresso e uscita ad oltranza e verso il mare, con l’orizzonte a fare specchio sulla nostra fronte.
E’ questa dunque la bramosia e cio’ che propone: nelle carni aperte che accolgono la cenere, due giorni di regno e poi la morte.

***

Metallica.
I freni stridono sui binari, la locomotiva incespica, i vagoni salgono l’uno sopra all’altro, flettono la retta che li livella in corsa, come un arco, come una molla.  Adesso sanguini dal naso, sei emaciata. E’ la fatica, o e’ quello che si perde ad essere in tante. O quello che si guadagna a non essere la sola. Insomma, ti trovo persino civettuola mentre quasi esanime ti addormenti affianco a me, sopra al braccio. Come se non fossi io il tuo carnefice, come se non avessi bisogno tu di coraggio per mostrarmi il collo tenero con le vene verdi in trasparenza che salgono al fresco del sorriso.
Hai scelto, e’ chiaro, dal momento in cui mi hai preso la mano li’ in strada e mi hai guardato per dire, negando pateticamente l’evidenza  “Ma secondo te avrei davvero preferito perdere mio padre se mi avessero chiesto un parere? Dici che davvero mi sarei presa un uomo malato di cuore che ti lascia a cinque anni da sola, se avessi avuto voce in capitolo?”
Pero’ hai scelto, tu, si che hai scelto, nella vita e molte volte con noncuranza, con distrazione, dissimulando come in  lotta tacita e solitaria contro un destino avverso. Che dolore sentire che il mondo non ti vuole! E’ cosi’ che hai scelto il primo amore. Quello che ti ha strappato 10 anni di silenzio e tutte le parole. L’hai preferito a volare nella leggerezza frivola dei vent’anni. E chi te li ridara’ piu’ tesoro mio? Una vecchia troia ha canali in volto dove scorrono lacrime, e non fossette sull’angolo del sorriso, non gonnelline al vento ne’ odore di passera a spirale sui prati, fin sopra la nuvola e poi a ripiovere nel venticello primaverile che porta consiglio, sbadiglio, e cesti di fragole rotonde passate per minuti forellini, invischiate di zucchero, panna, caffe’. E hai scelto con ponderazione pure, altre volte. Sacrificando, condannando per aggiungere circostanze piacevoli alla madre che ti guarda, al nonno, e al padre che anche lui osserva, dai cieli. Santificata murata nella stanzetta, spalmata sui libri. Nel grigio. Una formica. Quando invece le piastre d’oro sconvolgono solamente i re, e tutti gli altri lasciano indifferenti. Non credi? Volare sui prati ancora portata da quel venticello, chissa’ come ti avrebbe saputo somigliare? Ti immagini, senza contatti con nulla che provochi il male, con nulla che gratti le ferite, con nulla, nessuna parola, nessuna morale, e nessuna autorita’ a piegarti alle sue bizze? Nessuna zavorra. Nessuna colpa. Una piuma come sei tu in realta’. Leggera, pronta a volare. E io lo so, hai scelto addirittura e pure per impotenza, ti e’ capitato in qualche circostanza. Perche’ la resa e’ una scelta, che puo’ salvarti dall’annientamento.
Ciononostante annientata sembri adesso, mentre mi dormi affianco, nuda in questa stanza affittata da te, scelta come solo tu sai scegliere le cose.

***

Tutto porta il segno del presente, in questo luogo. Ci sono aloni d’ombra sulla luce fioca e ci sono riflessi fulgidi nei punti in cui il buio saprebbe altrimenti ingoiare ogni cosa.
Tu dormi e io ingoio un mezzo sospiro, infatti,  ripensando al tempo arenato, alla spiaggia in cui muore l’immenso bianco misterioso cetaceo e di conseguenza e ancora a questo posto fatato.
Ricordi quale numero c’era affisso sull’uscio del nostro regno?
Questo ti chiedero’ quando aprirai gli occhi, e non vedo l’ora che sia perche’ non c’e’ futuro e infatti e’ adesso, e’ adesso che accade, e io chiedo e tu gesticoli con le ossa della mano tese, rigide, e ridi colta in fallo sopra al letto largo che occupa quasi tutto lo spazio e scappando, come se troppa gente affollasse la stanza all’improvviso, dirigi frenetica lo sguardo al piccolo armadio, al comodino col telefono, al vaso di fiori e al lampadario cosi’ basso che se vuoi lo tocchi. Come se troppa gente fosse diventata la mia sola carne, al risveglio.
Del resto nulla piu’ sara’ come prima. Te lo leggo in faccia e ancora non sai di averlo pensato. Nel regno-nella stanza-nel carrozzone, nella tua testa insomma, ormai tu sei un burattino e io sono il Mangiafuoco. Allora trattieni il fiato pronta a contare. Con uno starnuto ti salvi dalla brace. Con un secondo starnuto ti riempi la pancia. Con un terzo e di grazia ti rimando da tuo padre insieme a 5 zecchini d’oro. Ma tuo padre e’ morto da 30 anni. Mi sai dire per chi ti conservi, allora?
Adesso la febbre e’ salita, sull’altopiano insieme a noi, con le nuvole bianche da cui spuntano massi bruni, la tua poca carne cucita sopra allo scheletro di pino. Fossi stata di frassino saresti risultata giusta per coprirci dal mondo, con un numero affisso sopra alla schiena e da dimenticare.
Tanto la febbre e’ salita ma non s’e’ udito un solo starnuto e sono io a contare, e ti conto le vertebre, in barba al giorno in cui dicesti che mai nessuno ti prese da dietro e nessuno ti ci avrebbe presa mai. Ora con un leggero gesto del capo porti la durezza che resta, il residuo . Nel sorriso la stessa rigidita’ delle nocche, delle dita.
Copro col nero il tuo viso. Ti sciolgo. Svanisci. Rimango solo nella stanza che tu hai scelto come solo tu sai scegliere le cose. Io, sopra un letto largo che occupa quasi tutto lo spazio, a guardare piccoli armadi, comodini col telefono, vasi di fiori e lampadari cosi’ bassi che se vuoi li tocchi. E un pinocchio nudo con la benda nera sugli occhi.

***

Metallica.
I freni mordono i binari, si tendono i cavi. Il burattino, issato al soffitto, svanisce nel fuoco di prospettiva assieme al capo del prelato e al letto grande che occupa quasi tutto lo spazio, li’, proprio nel punto in cui arriva col becco un cigno a sventare il disastro. E tuttavia il cigno e’ in ritardo, s’e’ perso nel leggere un nome sopra al cartello della stazione, a spiare un maglioncino e mille altri ammennicoli da disperate disuguaglianze, a racimolare le distanze, le fissazioni, le emozioni scontate, rincarando la dose con qualche commento infelice. Con un pargolo dentro una scatola depositata a pochi metri dal nido. Dimenticata come una promessa o come una cesta di olive in questo universo metallico. Cubi di latta al posto del cranio e del cuore dove ogni sillaba cozza e sballa, ogni visione distorce, tutto acquieta o sobilla, a seconda della situazione.
Cosi’ la signorina spagnola dice… mi hai fatto la prima lezione di politica della vita. Povera creatura, penso io. E intanto cucino vasetti dentro pentoloni bigi, in un sogno, non qui, non ora dove io muoio di delusione se cadi, ma piu’ ancora mi spengo e mi assento sopra il tuo dolore che mi spreme le ossa, e diocane imprecare non basta, non basta a dire che questo universo e’ vuoto, che non c’e’ logica, non c’e’ morale, non c’e’ etica. C’e’ solo un giorno identico a esso stesso, sempre uguale nei momenti in cui fuori piove e  batte l’acqua sui tetti e tu dormi serena, e nei momenti in cui il sole s’abbassa oltre la valle e ti splende il sorriso, che scegli ogni volta come solo tu sai scegliere le cose. E intanto mi insegni, sapiente, che questa vita dimentica. Dimentica il cruccio e il vantaggio di non essere la sola.
Ecco, adesso e' la stazione, quella giusta, quella in cui mi baci d’istinto e io amo il tuo istinto, e balliamo al binario cantandoci in bocca,  e giriamo e ridiamo e, insomma, non siamo piu' soli, e ci fermiamo a ogni angolo di questo istante, ci nascondiamo ridendo, facciamo ad acchiapparci e viviamo insieme di quello che resta, di quello che avremo, di quello che e’, di questi universi nascosti in cui si va per fare l’amore e di quello che la gente chiama per sempre, guardando altrove.

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