ESPERITA - ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA

PARTE 1
LA LISTA


CAPITOLO 1
Roma, 15 giugno 2012


1

Rita dovrebbe smetterla di starsene tutto il giorno in camera a masturbarsi. È una cosa, quella che fa, poco rispettosa nei confronti di noi altri coinquilini e addirittura provocatoria, quasi spregiativa, soprattutto se la si considera in relazione al fatto che, Rita, non pulisce il cesso da cinque settimane e non si degna, praticamente da sempre, di entrare in cucina se non all'ora di pranzo. Qualche volta ci fa la grazia anche a cena, ma e' cosa rara. In genere esce con qualcuno o dorme, la sera, per riuscire meglio a digiunare,
O almeno, se proprio non riesce a smettere di trastullarsela per tutto il tempo, dovrebbe curarsi di chiudere bene la porta quando si allunga sul letto, con le cosce sollevate che pare un polletto, e comincia a menarsela, come se stesse frullando la soda caustica e l'olio d'oliva per stimolare la saponificazione. E zitta dovrebbe starsene, o se non altro dovrebbe accendere la tv, o lo stereo. Perché sta diventando, oltre tutto, anche la barzelletta del vicinato da come strilla quando gode. E dalle cose che le escono di bocca. Sembra che ci tenga fin troppo a metterci a parte delle sue fantasie erotiche.
Dice... non avete la mente aperta. Ed è vero. Ce ne siamo resi conto benissimo da quando lei ci ha messo davanti alla sua fantasia illimitata. Lì dentro entra qualsiasi cosa. Dai maiali a suo padre. Anche mia madre c'è entrata una volta, da guardona lasciva, mentre, se non ho capito male, Rita faceva un pompino a qualcuno che stava appoggiato a chissà quale frigorifero.
Devo ammetterlo: all'inizio ero più tollerante. Imputavo il cattivo giudizio di Simona al fatto che Rita è donna, magra e carina. Non che Simona abbia niente da invidiarle, ma sapete, le donne sono competitive.
Almeno, questo pensavo.
Poi, quando Rita ha cominciato a fare discorsi sulla fine del mondo che sarebbe alle porte, davvero, un po' l'ho derisa. E quando ancora, un mese dopo essere arrivata a casa nostra ad occupare la terza stanza, quella rimasta vuota per un anno beato, ha attaccato a esporci la sua teoria di vita sviluppata in funzione delle predizioni dei Maya, stavo per rivolgermi a uno psichiatra. Solo che Simona e' al secondo anno di specializzazione in Psichiatria, e sui Maya è possibilista.
Dice solo che, essendo il calendario gregoriano sballato di un po', forse non e' per questo dicembre che dovremmo aspettarci il patatrac.
Quando lo psichiatra dà di matto chi chiami? Il prete?
I preti mi hanno molestato da piccolo, quindi non li chiamo più. Ok, non sono stati i preti, ma è stato solo uno di loro, quindi “il” prete, quello del paese, Don Alfonsino, mi ha molestato. Ma io sono un tipo rancoroso e in fatto di molestie non vado per il sottile. I preti non li chiamo comunque più.
E allora non ho chiamato nessuno. Anche perché, dal momento in cui Rita ha tirato fuori la storia dei Maya, a Simona è quasi diventata simpatica. E rischiavo di trovarmi addirittura in minoranza e nei guai già senza il prete.
Un prete comunque è venuto lo stesso, un giorno. Ha suonato alla porta, ed io gli ho aperto. Quando l'ho visto, lì nel corridoio, tutto nero con la faccia da morto, non ho potuto fare a meno di toccarmi le palle. È stato un gesto istintivo, del quale nemmeno mi sono reso conto.
Infatti, subito dopo, ho sorriso imbarazzato e gli ho chiesto se stesse cercando Simona.
Simona studia psichiatria in una università privata e cattolica. Esatto: vivo con un dobermann.
Va tutte le domeniche a messa e fino a quando non ha intrapreso la carriera universitaria, al paese suo insegnava catechismo.
Una cazzo di baciapile, esatto.
Penso che se i cattolici avessero garantito carriere di prestigio anche alle donne, lei avrebbe considerato seriamente il seminario.
Il prete non stava cercando nessuna Simona. Rita cercava, e solo Rita.
Così mi sono scusato per la seconda volta, ho accostato la porta, e sono andato a bussare alla stanza di Rita. Per avvertirla.
Cosa abbiano fatto in camera, non mi è dato di saperlo. Perché quando ha ospiti, Rita, la porta la chiude bene e sta molto attenta a non far trapelare suoni.
So solo che sono rimasti, lei e il prete, quel giorno, chiusi dentro fino all'ora di cena. E a quel punto ci ha anche fatto la famosa grazia, è uscita col tizio, e si sono messi pure a tavola con me e il dobermann, a mangiare la pizza.
La pizza io la so fare e la faccio anche bene. In aprile mi sono costruito un forno qui sopra il terrazzo del palazzo, ma e' praticamente da sempre che ci do dentro con pizzate almeno due volte al mese. Per pizzate intendiamo feste alle quali sono invitati tutti quelli che ci sono simpatici e anche qualche eccezione. Ma la sera in cui s'è fermato pure il prete a cena no, non c'era la festa. Era una cena come le altre, a base di pizza, perche' la pizza fatta in casa è buona e costa poco.
Il prete s'è mangiato una margherita semplice. A detta sua, semplice semplice. Con un quarto di barattolo d'olio al peperoncino e qualche fetta di prosciutto crudo della riserva speciale di Rita.
Rita a quel tempo non era ancora vegetariana integralista. Lo sarebbe diventata la settimana dopo.
Il fatto che sia vegetariana da non piu' di tre mesi non le impedisce di spaccarci le balle in ogni momento con le sue teorie.
Cosa poi le cambi se noi mangiamo o no carne, visto che secondo lei mancherebbero sei mesi alla fine del mondo, non mi è chiaro.
Ho chiaro solo che con Rita non si scopa, se si è di casa con lei.
Lo so perché, chiaramente, ci ho provato. Il primo giorno, appena è arrivata, mica ho aspettato! Stava in camera e ci chiamava mugolando, sia me che Simona. Io e il dobermann eravamo in cucina a bere il caffè. Ci stavamo giusto domandando se sarebbe stato cortese invitare la nuova coinquilina a berselo insieme a noi, quando l'abbiamo sentita.
A Simona stava già sulle balle, l'ho detto. Invece a me, una scopata, schifo non faceva. Così sono andato a vedere. La porta era socchiusa, come poi in seguito sarebbe sempre stata.
Così sono entrato e me la sono vista sul letto, di schiena, che si masturbava completamente nuda e con una foga davvero invidiabile. Allora mi sono accostato al letto. Tra l'altro stava urlando il mio nome. Certo, anche quello di Simona. Precisamente stava incitando il dobermann a mettermi un dito in culo. Non ho dato importanza alla cosa, comunque, e mi sono fatto sotto.
Appena ha sentito le molle del letto inclinarsi sotto il mio peso, Rita s'è rizzata in piedi manco fosse stata anche lei una molla. E si è messa a strillare.
Io ci sono rimasto secco. E sono scappato via.
In cucina ho raccontato il fatto a Simona, che stava lì ad ascoltarmi con tanto di orecchie e occhi sgranati. Beh... un minuto dopo ci vediamo arrivare la bassetta. Sorridente. Che ci fa sedere al tavolo e ci spiega come lei ami comunicarsi a questo modo. Ma che mai più intesserebbe tresche e tele coi suoi coinquilini.
Che ci ama come fratelli, ci ha detto, e che come tali ci tratta. Che partecipa del cambio energetico a cui si approssima l'universo e che aiuta il cambiamento a questo modo. Generando non so bene quale forza.
Che dire? Grazie.
Poi, col tempo, è venuto il discorso sui Maya e sulla fine del mondo. E poi è venuto il prete, seguito da un treno di altri, nei giorni successivi.
Devo ammetterlo: dalla sua stanza un qualcosa, oltre ai rumori, esce. E non è sgradevole. E' una sorta di profumo di violetta mescolato ad uno strano vapore giallastro.
Ma penso comunque che dovrebbe smetterla di stare tutto il giorno a fare quel che fa ai volumi a cui lo fa.
Perchè stamattina la signora Franca, incrociandomi nell'ascensore, mi ha guardato come ad un satanista depravato. Adesso, non che mi freghi niente della signora Franca, ma preferirei che i vicini non chiamassero le guardie. Preferirei non farmi notare. Perché io non ci credo che il mondo stia per finire. E gradirei continuare a lavorare al mio progetto originale, quello per il quale sono venuto a vivere nella capitale.



2

Vivo nella capitale da due anni. Non sono uno studente e nemmeno un lavoratore fuori sede.
Sono arrivato qui da un paesino dell'Abruzzo in seguito a un incontro. L'incontro di cui parlo e' stato forse, ad oggi, il più importante della mia vita.
Due anni fa lavoravo come tecnico in un centro di ricerca oncologica, per 1100 euro al mese. Nel tempo libero fumavo canne e stavo al pc. A giocare con il virtual instrument. E a bere vino cartonato. Ogni tanto tiravo anche un po' di coca. Per rimanere in casa a parlare addosso alla gente. Il cuore ha retto fino a quando non mi sono trasferito nel residence: un palazzo crivellato di monolocali grandi 20 metri quadrati ognuno. Posti riservati ai dipendenti e agli stagisti del centro di ricerca.
Si, esatto: un cazzo di alveare.
In quel luogo, adiacente all'edificio in cui lavoravo, ho vegetato dieci mesi in mezzo ai ragazzi di passaggio verso una meta supposta e sconosciuta, i dottorandi, e ai pochi altri tecnici con le esistenze parcheggiate. Precedentemente vivevo con una donna, Anita, e il suo cane, un pitbull. Ecco, io ho sempre avuto paura dei cani. Ma a lei non importava. Cosi', quando gia' convivevamo, s'e' fatta regalare quel mostro e amen. Io mi sono dovuto adeguare.
Anita mi tradiva. Regolarmente. Con una mia amica. Almeno, questo e' quello che ero arrivato a credere.
Credere e' un fatto facile, basta volerlo e si crede. Ci si convince. Non è come pensare. Si puo' credere a tempo determinato o indeterminato, tutto e il contrario di tutto nell'arco dello stesso giorno, più o meno consapevolmente. Ma, pensare, si pensa senza remissione di peccato. Pensare e' un “fine pena mai”. Puoi far finta di no, ma il pensiero viaggia ad una velocita' fulminante. Puoi impostare la tua vita sulla fede, certo. Puoi farti uccidere, per la fede. Nella madonna o nel gatto nero, non importa. Ma il pensiero ti fulminera' sempre. Restera' li', sotteso. Puoi decidere di ignorarlo. Ma ogni volta che farai qualcosa in nome di un dio o della sfiga, immediatamente saprai cos'e' che ne pensi in realta', sotto l'infinito strato di negazione che poni a riparo di ogni tua prestazione. E cosi' io voglio credere che Anita mi tradisse ai tempi, anzi, lo volevo credere. E lei mi tradiva, in effetti, con una mia amica. Avrei dovuto essere superiore? In fondo tradire e' tradire solo se a letto si va con uno del sesso opposto, mi dicono. Beh io non voglio credere questo. Primo perche' non mi hanno mai invitato a fare il terzo, e la cosa mi scoccia assai. Secondo perche' s'e' presa il cane, Anita, pur sapendo che io i cani li odio. E allora ecco, ad un certo punto ho mollato la casa che avevamo insieme. E sono andato a stare nel residence. Mi ci sono seppellito. Li' riuscivo a considerare solo me stesso. Finalmente libero da ogni interfaccia col mondo che non fosse la libera professione di giocattolaio dei miei coglioni. Ci sarei invecchiato, cosi'. Coi dottorandi sempre giovani e nuovi e io sempre piu' vecchio. Sembravo addirittura felice, in quella condizione da perenne ripetente.
Poi ho avuto l'infarto.
Un infarto a 35 anni.
E una settimana dopo, mentre me ne stavo a letto in ospedale bianco come le lenzuola, mi e' successa una cosa che ha davvero dell'incredibile. Insomma... almeno credo mi sia capitata. O ci credevo. E quindi mi e' capitata.
Avevo gia' sopportato, per quella giornata, la processione dei parenti e degli amici. Tutti mesti, tutti col sorriso a mezz'asta. O con le lacrime.
Che cazzo venite a fare? Pensavo, mentre mi calcolavo la vita smunta e finita che avevo spremuto come un limone rinsecchito... statevene nelle vostre belle nullita' a prendere il fresco. Statevene a casa vostra, nei vostri bar, nella vostra disseminata gioia di niente. Vivetevi il futuro che non c'e' rimpiangendo il passato che avete divorato ignorando il presente. Continuate a fare come fanno tutti, giocate al lotto ai cavalli agli animali ben pensanti. Mangiate, rimpinzatevi.E invece no, venivano a dare un occhio al congiunto. E magari andando via si facevano anche i conti del possibile cambio nello stile di vita. Meno grassi, niente alcolici, zero sigarette. Ragazzi, voi oltre a quei quattro vizi da pagliacci, non avete niente. Quindi non lanciatevi in propositi scurrili. Rassegnatevi ad essere tristi. O rifatevi sui vostri figli.Ci pensavo ai figli, mica no! Povere creature dal lato buono della stanza... Con questo sterminato numero di inconsapevoli, di esiliati volontari alla presenza, che guardandoli si raccontavano... ecco, solo per loro vale la pena affrontare questa tempesta. E giu' a massacrargli la vita, che la propria gia' e' andata. Gia' se la sono scialacquata con dosi massicce di morfina e sicurezza.
Ad un certo punto, in tarda mattinata, poco prima di mangiare, s'era presentata persino Anita, la fedifraga. E mia madre, che diciamocelo, non l'aveva mai potuta sopportare, era persino scattata in piedi scacciandola. Non vedi che lo fai innervosire? Urlava... come se lei non mi avesse mai scosso col suo fare da tirannosauro anestetizzato. Che si sveglia di colpo dal letargo dell'estinzione e ringhia al primo topo che passa. Come se fosse stato sempre altro e mai lei col suo cordone, a strozzarmi.
E allora ho chiamato il personale in servizio. Con il pulsante sopra al letto, per farle sbattere fuori. Perche' se c'e' un vantaggio ad essere infartuati, forse e' solo questo. Puoi liberarti di ogni altro impiccio con una semplice citofonata.
A quel punto mancava solo la visita medica serale, e poi mi sarei potuto rilassare. Il giovane dottor Mangi, prima del tramonto, mi avrebbe sorriso come si sorride allo sterco di cavallo evitato all'ultimo istante, sottoponendomi a una serie di domande insulse e a un tot di ramanzine. Tanto per cercare di rimpinguare il mio senso di colpa. Ma superata questa tortura, sarei stato salvo.
Infatti poco dopo ero lì, in pigiama e maglietta di superman, a sorbirmi il giovane coglione “e-questo-non-si-dice-e-questo-non-si-fa”, cercando di resistere all'impulso di domandare a che punto fossi con la degenza, domanda che avrebbe di sicuro scatenato quel piccolo burocrate fiero del potere sui malati che una vita da sgobbone e qualche calcio nel culo gli avevano assicurato.
È stato proprio mentre cedevo al bisogno e mi sottomettevo al suo dominio, tanto per sapere quando avrei potuto riprendermi la mia vita, che ho cominciato a sentire il rimbombo dei passi lungo il corridoio. Sembrava di assistere alla carica del cavaliere solitario. Alla marcia del destino, alla riscossa di tutti i reietti per mano del liberatore. Dal rumore si intuiva che, la falcata di chi si udiva arrivare, doveva essere ampia, decisa e fiera. Si intuiva la schiena eretta, la fronte severa, la meraviglia nella figura e nella personalità. E come una freccia arriva al centro del bersaglio, quando è scoccata dal campione, ecco che, all'acme del crescendo di quel suono d'avvicinamento, sull'uscio della camera singola era apparsa lei, Esperita.
Per quell'unica volta nella mia vita.




3

Mi hanno detto che non c'e' nessun piano di evacuazione realmente attuabile in caso di disastro naturale o pericolo per la popolazione. Io ci credo. Non e' vero che il governo o lo Stato siano in grado di provvedere ai cittadini. L'unica cosa che lo Stato puo' fare e' assicurarsi di sopravvivere. A governo e cittadini. Se questa e' la principale preoccupazione della struttura che sottende alle nostre esistenze, mi chiedo cosa ci interessi che essa continui ad esistere. Perché parliamoci chiaramente... cosa ci dà questo Stato? In cosa ci favorisce?
Ci protegge, dice qualcuno. Beh, non e' vero. E se ci protegge lo fa nella misura in cui un pappone protegge le sue troie. Lo Stato millanta la sacralità del principio su cui si fonda, nascondendone la vera natura di catena per i forzati. Di carota a cui sta dietro il nerboruto bastone. Ci inganna, insomma. E poi? E poi ci deruba, ci impone balzelli e tasse, ci costringe a lavorare per lui o per terzi alle condizioni che esso stesso e i terzi decidono. Nel caso ci dovessimo ribellare o rifiutare di stare al suo gioco, allora lo Stato ci piomba addosso con i suoi scagnozzi. Ci distrugge mediaticamente, ci imprigiona e nel caso ci tortura anche fisicamente e ci uccide. In cosa dunque sarebbe diverso dal sopruso? Lo Stato sfugge al cittadino e persino al tiranno. La struttura statale non si sposta di un millimetro, anche se cambia un governo. Anche se cambia la forma stessa del governo. Anche se si stravolge il principio su cui pretende di fondarsi. Qualcuno dice che sia un bene, questo, ma quel qualcuno o e' un tiranno non ancora caduto in disgrazia, oppure e' un imbecille. E allora, se vivere nello Stato serve solo allo Stato, cosa ne dobbiamo fare dello Stato? Liberarsene sembra piu' facile a dirsi che a farsi, perche' lo Stato non molla. Non molla l'osso, la preda, ossia noi. Ma da qui al consenso entusiastico prodotto dalla manica di insensati che siamo, davvero ce ne passa. Perché se è vero che lo Stato siamo noi, questo è vero solo nel senso che noi, e solo noi, siamo i tiranni di noi stessi.

Il pensiero di cui sopra mi ha sempre accompagnato. Non e' un'idea nuova ispirata da chissa' quale avvenimento, non e' una illuminazione. Questa e' una riflessione che mi appartiene praticamente da sempre e che per sempre temo mi accompagnera'.

Ieri notte ho rapinato un uomo. Non per compiere un gesto politico di dissenso, ne' per procurarmi denaro. Non è stata, la mia, una azione di ribellione e nemmeno di disperazione. Ho preso un coltello, mi sono calato il passamontagna sulla faccia, mi sono appostato dietro un chiosco di fiori con le serrande abbassate, in via Alberto da Giussano, ed ho atteso. E' arrivato per primo un ubriaco, a pisciare. Due ore dopo la mezzanotte. Traballava. Non me la sono sentita di aggredirlo. Probabilmente non sarebbe valso al fine del gioco. Poi, dopo 10 minuti, una Ritmo bianca cabriolet col tettuccio abbassato, s'e' fermata all'imbocco della via. Con lo stereo a tutto volume. E' rimasta li' mezz'ora, scoraggiando chiunque altro ad avvicinarsi al mio nascondiglio. Alla fine e' sopraggiunta anche una pattuglia della stradale, a scansare quei quattro fasci in cocaina. Probabilmente, chi dormiva o cercava di dormire, nelle case vicine, ha deciso di rivolgersi agli sbirri. Meglio loro che un Tavor, in fondo. La tresca, tra fasci in divisa e fasci senza, e' durata un altro quarto d'ora. Tanto che ho deciso di sollevare il passamontagna dal viso, perché ormai mi stava urticando. Sono riuscito persino a pisciare, anche se temevo che la situazione si normalizzasse nel frattempo e che magari, mentre stavo col cazzo di fuori e il getto all'aria, si proponesse l'unica occasione buona della notte. Invece non sono stato cosi' fantozziano. Ero di nuovo pronto, con l'accesso alla via libero, quando un uomo ha parcheggiato all'angolo tra Giussano e Prenestina, in piena curva e senza troppi complimenti. Il tizio avrà avuto piu' o meno cinquant'anni, capelli brizzolati lunghi fin sotto le orecchie pettinati all'indietro, ben vestito, con un catenaccio d'oro al polso destro e un orologio vistosissimo sull'altro. L'ho osservato attentamente quando e' passato sotto al primo lampione, abbandonando la Multipla. Ho sentito le suole delle sue scarpe pestare l'asfalto, l'ho guardato scartare due pozzanghere e imboccare la strada in cui ero nascosto. In mano aveva una bustina bianca con la croce di una farmacia stampata sopra, in verde. Sono certo non fosse uno del quartiere. Stava portando medicine a qualcuno. Un soccorso a notte tarda, o forse altro, non so... Comunque erano ormai le tre quando l'ho avuto a tiro. Allora mi sono parato davanti a lui col coltello bene in vista e gli ho intimato di darmi tutto. Soldi, orologio, cellulare, e catena d'oro. Anche la busta della farmacia ho voluto che mi consegnasse, perché sono un uomo curioso. Ho guardato velocemente cosa contenesse. Ma la confezione era incartata. Allora ho indicato la scatola e gli ho fatto cenno, un cenno interrogativo che voleva dire: “cosa cazzo c'e' qui dentro, brutto porco?”. Lui ha piagnucolato “Norlevo”, con la bocca mezza chiusa.
Io non sapevo cosa fosse il Norlevo.
L'ho scoperto ieri notte.
Il Norlevo e' un farmaco anti-ovulatorio postcoitale utilizzabile come contraccettivo. Si deve assumere entro 72 ore dopo la presunta inseminazione. Il Norlevo e' dunque la famigerata pillola del giorno dopo. Ecco: il signore ben vestito portava, d'urgenza e alla chetichella, il preparato medico a qualcuna. Magari alla giovane studentessa fuori sede che si scopa.
Non sono un moralista.
Gli ho tirato un calcio nelle palle e sono scappato, ma solo per evitare che mi seguisse. Giusto per avere un minimo di vantaggio. Con le palle in gola e' difficile gridare. E tanto più correre. Cosi' sono scomparso nel buio, soddisfatto della mia prima grassazione. Lo ripeto, non e' stato un atto politico, non e' stato un atto dovuto al bisogno di denaro. E' solo che ero arrivato alla lettera G, e alla lettera G si legge, senza possibilita' di errore, la parola GRASSAZIONE.
Come per tutte le altre parole, corrispondenti, nella lista compilata da Esperita, ciascuna a una lettera dell'alfabeto italiano, la Grassazione era una esperienza che non avevo mai fatto prima. Posso spuntare anche questa, adesso.
Dopo due anni di lavoro qui nella capitale, sono appena alla lettera G. Procedo a rilento. Esatto, sono una cazzo di tartaruga. Ma sto migliorando. A mia parziale giustificazione devo dire che due dei punti fino ad ora affrontati mi sono costati tanto tempo e tanta energia. Tanta preparazione. Non che la grassazione non l'abbia studiata, anzi... non ho improvvisato niente nemmeno questa volta. Come di regola faccio quando preparo una esperienza nuova, ho letto e meditato. Ho cercato spunti ovunque. Per esempio, l'idea del calcio nelle palle, m'e' venuta guardando un film in tv. Nel film, di cui non ricordo il titolo, il protagonista rapina un tale e poi scappa, ma la vittima, rimasta vigile e in piedi, fa in tempo a dare l'allarme, e il povero rapinatore finisce in galera. Alla lettera G non c'e' la parola Galera, quindi, seppure quella sia una esperienza che non ho mai affrontato, dovevo evitare di essere arrestato. Alla lettera O non c'è la parola Omicidio. E poi grassazione e omicidio sono due cose diverse, da non mischiare. È così che ho optato per il calcio nelle palle.
Sempre in fase di pianificazione, ho scelto come arma il coltello, perche' la pistola mi serve ad altro. E poi perche' in caso di necessità, in una via di Roma, di notte, colpire con un fendente la vittima scatena meno clamore dello scaricargli addosso una pistolettata. Con tutto che via Alberto da Giussano, ottima locazione per un agguato tanto sta a metà tra luogo oscuro e malfamato e strada in cui possibile e' trovare esseri umani con un portafoglio decente e civili allo stesso tempo, e' anche un anfiteatro naturale che amplifica, soprattutto ad ora tarda, qualsiasi suono. Certo, non passano molte persone aggredibili, ma io non avevo nessuna fretta. Ribadisco: non mi servivano i soldi, quindi avrei potuto aspettare anche un mese in appostamento, tutte le notti, fino all'occasione propizia. Capite adesso perche' dopo due anni di lavoro sono ancora alla lettera G?
Devo dire, a tutt'oggi, che il gioco vale la candela. Ogni volta che realizzo un obiettivo, mi sento come quando Esperita mi ha messo la mano sul pene, in quella prima e unica occasione, all'ospedale, due anni fa. Rinato. Alla faccia del dottor Mangi che se ne stava con la bocca spalancata, a guardare la sua sconosciuta collega scansarlo come si scansa la mosca noiosa, senza nemmeno calcolarlo, e ancora a bocca aperta la ammirava chinarsi su di me, cencio nel cencio, sorridermi, chiamarmi per nome e cognome, poggiarmi il dorso della mano destra sulla fronte, il palmo della sinistra sull'inguine e in questo modo semplice miracolarmi. La reazione del mio fisico, ogni volta che compio il passo successivo nella realizzazione del progetto, e' la stessa di allora: mi sento pieno di sangue che corre, e il benessere mi invade. E, sorridendo, avverto l'erezione svincolarmi dal torpore. Cosi' com'era stato in ospedale.
Quella sera, compiuto il prodigio, Esperita, camice bianco attillato su un fisico statuario, capelli neri ricci sciolti sulle spalle, labbra carnose, carnagione olivastra e tette esplosive, mi aveva fissato seria porgendomi la cartellina rigida e aveva sentenziato: “Signore, Lei sta benone. Questo e' il suo foglio di dimissione, firmi qui e potra' andare.”. Poi s'era rivolta al dottor Mangi e con disprezzo gli aveva detto che anche lui poteva andare. Con la voce dura, che quello non aveva nemmeno pensato a replicare. S'era semplicemente sciolto, lui identico al suo pene impotente ammollicato tra le gambe.
Cosi' da solo ero rimasto, con Esperita, e lei mi aveva ancora una volta sorriso indicandomi il foglio da segnare. Non che ci tenessi a rimanere ricoverato, ma ricordo di avere tentennato, lì con la penna in mano e la cartellina sulle ginocchia. Perché mi sembrava che, a firmare, avrei condannato quella visione a evaporare per sempre.





CAPITOLO 2
Roma, 5 agosto 2012


1

Ho la certezza che Simona peschi nella mia testa e nei miei pensieri più o meno come i ragazzi fanno al luna park: col braccio meccanico, manovrando dall'esterno. Si, esatto: per lei sono una cazzo di campana in vetro coi premi dentro.
Al luna park i ragazzi giocano con maestria o ridendo. In ogni caso, con intenzione. Non si affonda una moneta se non per dare seguito al desiderio di qualcosa. Anche se lo si fa per scherzo, un obiettivo esiste sempre. Si guarda, si vede, si tenta di afferrare.
Che ci riesca o meno dunque, Simona, a tirare fuori dal mio cranio un progetto o una elucubrazione di cui taccio, e' comunque evidente che il mio intimo, per lei, non è affatto un mistero.
Ho cominciato a nutrire il sospetto che cosi' fosse gia' dalla prima settimana di coabitazione, due anni or sono.
Una mattina infatti mi stava di fronte, con le ciocche bionde sull'incarnato pallido, esuberante nel completo scuro che indossa per due giorni al mese, come tutti gli altri abiti di sua proprietà, a rotazione. Gia' pronta per andare in ufficio, tentennava incerta sul modo di comportarsi, quasi facendo oscillare il braccio meccanico munito di pinza prima di abbassarlo sull'orsacchiotto. In realta' ne avevo solo l'impressione che quel manico di alluminio incombesse sulla mia testa cucita a pelo sintetico e spugna, dato che non la guardavo nemmeno, io, Simona, tanto ero assorto.
E come se calasse la tenaglia, quel giorno, ad un tratto, lei aveva lasciato scivolare un racconto, cosi', con innocenza. Tra l'avvertimento che il caffe' si stava raffreddando e l'augurio per una buona giornata.
Il racconto riguardava un suo fratello, uno che viveva al paese e che ancora li' stava, piantato come un chiodo. Questi, cinque anni piu' giovane, una mattina pare fosse uscito nell'aia, col volto infiammato. Inseguito un pollo, raccontava Simona lenta ed esclamativa, lo aveva preso e redarguito. Di conseguenza, avvicinatosi, lui in eta' prescolare, a uno dei bidoni pieni d'acqua che versavano nel cortile per non si sa bene quale ragione, aveva immerso l'animale nel liquido. Annegandolo, sotto gli occhi terrorizzati della sorella.
Anche mio cugino, una volta in campagna dalla nonna, s'era comportato allo stesso modo. Aveva inseguito il pollo, l'aveva preso, e poi l'aveva immerso in una vasca piena di acqua, li' dove nonna lavava i panni.
E ci stavo giusto pensando.
I polli hanno l'epiglottide? Attraversano le quattro fasi dell'annegamento, come le attraversa un umano? Un pollo, annegando, passa dalla fase della sorpresa inspirando lungamente e per qualche secondo, fino a giungere rapido al tentativo di apnea, durante il quale s'agita e cerca di impedire all'acqua il raggiungimento dei polmoni? Ricordo che erano fondamentalmente questi i due punti che mi risultavano dubitabili e oscuri. Perche' invece ero abbastanza sicuro che anche un pollo avrebbe infine attraversato la fase apnoica di morte apparente e quella terminale di boccheggiamento e arresto cardiaco. Esattamente come sarebbe capitato ad un essere umano.
Pur essendo io un essere umano, tuttavia, quando quella mattina a colazione mi ero sentito come una campana di vetro attraverso le cui pareti il dobermann poteva scrutare e scegliere cosa pescare, mi ricordo di aver chiuso la bocca, rimasta aperta per alcuni secondi come nella prima fase della  sorpresa, e di non essermi agitato affatto, evitando di precipitare nella spirale dell'annegamento. Anzi, avevo proprio dissimulato. Ridendo, bevendo il caffe' e poi chiedendo come mai mi stesse raccontando quel fatto, poiche' mi sembrava una coincidenza clamorosa che lo stesse tirando fuori proprio in quel momento, nel quale stavo giusto, chissa' per quale motivo, ricordando mio cugino, che aveva annegato il pollo sotto i miei occhi basiti.
Simona era sembrata ancora piu' sorpresa di me. Per aver sbagliato a leggere il pensiero o per non essere riuscita a portarmi allo scoperto forse, non so. Sta di fatto che a quel punto l'avevo incalzata, lei e la sua bella bocca aperta, ammassando materiale sulla lingua rosa che faceva capolino tra le labbra carnose. E infatti le avevo chiesto come ne fosse uscito il fratello.
Perche' mio cugino, i segni della lotta col pollo, li aveva esibiti per settimane e settimane ancora.

Oggi la osservo, Simona, che esce dal bagno con un asciugamano avvolto intorno al corpo e un altro a turbante sulla testa. Non fa come Rita lei, non se ne va in giro nuda e gocciolante per le stanze. Non la vedi passare con le costole in evidenza, affioranti, davanti alla porta. Primo perche' ha tanta carne tra pelle e ossa, e secondo perche' e' pudica. Anche tignosa. E ha talmente tanto criticato Rita per i suoi atteggiamenti, che adesso le sembrerebbe assurdo cambiare linea di comportamento e fare come la mia futura sposa.
Avete capito bene, ho deciso di chiedere a Rita di sposarmi.
Per portarmi avanti sul lavoro e preparare la lettera M.
La pazza ancora non lo sa, mentre a Simona ho gia' confessato le mie intenzioni.
Il dobermann ne muore, lo vedo bene. E' gelosa. Perche' se lei mi pesca i pensieri come fossi di vetro, io le colgo ogni emozione sul volto, come fosse una rosa.


2

Ho cucinato una parmigiana.
Coi fiori di zucca.
Perche'-non-con-le-melanzane, dite? Semplice: perche' Erminio e' un povero Cristo, non ha melanzane ma solo fiori di zucca, e pensa di farmi piacere regalandomene a iosa. Io non me la sento di deluderlo o di tradirne la fiducia. Mi sembrerebbe di bucare gli occhi a una colomba, o di incularla mentre dorme. Non sono in grado, dunque, ne' di a rifiutare, ne' di fregarlo. Cosi' continuo remissivo, ogni volta che vado a bagnare l'orto, a portare indietro ceste di fiori arancioni, simulando gratitudine.
Chi non ha mai visto Erminio, non puo' avere comprensione per questa mia accondiscendenza. Lui mi aspetta col sorriso, e col sorriso mi accompagna su tutto il vialetto, anche quando vado via. Immagino che i colori della sera, in questa periferia romana, siano, per il mio semplice amico, il solo motivo di gioia. Le mie, le sole chiacchiere gradite. Magari mi sbaglio... Ma non me la sento di girare l'angolo e scaricare i regali nella pattumiera. Mi trovo obbligato a usarli, i suoi fiori. Per addobbo e in cucina. E dato che mal comune mezzo gaudio, si dice... mi ritengo autorizzato nell'obbligare anche le mie coinquiline a nutrirsene.
Il giorno in cui per la prima volta sono sbocciati i fiori delle zucche di Erminio, l'estate scorsa, lui me ne ha regalati 20. E io, a casa, li ho fritti. Un cult, i fiori di zucca fritti, no? E' cominciata cosi'. E per quella settimana, 20 ogni sera, Erminio, me ne ha regalati. Cosi' ho fritto fiori in pastella per 4 cene di seguito. Avrei continuato fino in fondo, ma alla quarta, Simona, mi ha guardato come se io fossi il ladro penetrato in giardino, e lei il cane da guardia.
Allora, dalla settimana successiva, visto che il mio compare contadino perseverava nel volermi omaggiare, ho provato a cucinarli ripieni, i suoi fiori. In svariate versioni differenti, ho provato. Patate e uovo, con la maggiorana e la pancetta, col riso, con la crema di zucca... In seguito li ho messi sulla pizza, li ho stufati insieme alle rape e ai peperoni, col vino bianco e con la salsa di soia, ci ho condito la pasta insieme a salsiccia e zafferano...
E' passata la prima estate. E' cominciata la seconda. E' arrivato agosto. I regali di Erminio non sono ne' cambiati ne' diminuiti.
Dunque oggi ho aperto il frigo, e il primo scomparto in alto era occupato per meta' da cadaveri e boccioli. Nell'altra meta' c'era invece la bacinella, con le frittelle avanzate da ieri. Le ho assaggiate, fredde.

I fiori in pastella, freddi da frigo, non mi sono sembrati malvagi. E ho deciso di farne una parmigiana. Ho cucinato un sughetto semplice, ristretto il giusto, con aglio e passata di pomodoro, e poco olio. Ho spezzettato la mozzarella e grattato il formaggio. Ho sovrapposto gli strati e poi infornato.
Credevo di fare bene.
Simona pero', tornata a casa all'una e mezza, e' sembrata da subito pensarla in maniera differente. Mi ha guardato furente, ancora peggio che al quarto giro di frittelle dell'estate precedente. Il forno acceso a mezzogiorno d'agosto, a Roma, in effetti, non e' cosa che, in pausa pranzo, si possa gradire piu' di tanto. Certo, nemmeno la scena che le ho involontariamente offerto, deve aver gradito. Mi ha trovato, infatti, cosi' come mi ero messo: in mutande, per resistere a tutta quella caloria. Con Rita in slip bianchi infraculo accovacciata sulla sedia, avvinghiata al ventilatore, subito alle mie spalle. E' vero: dire di Rita che gira in topless e' esagerato. Le mancano piu' che altro le tette, prima ancora che la stoffa con cui si dovrebbero coprire. Ma e' il concetto che conta. Piu' o meno come il pensiero, quando si tratta di un regalo.
Io fantasticavo osservando il forno, nel momento in cui Simona e' rientrata, e forse anche Rita fantasticava, girando le pupille a elica appresso al ventilatore. Insomma: ci siamo accorti di lei in ritardo, solo per la tensione nell'aria, quando gia' stava sull'uscio della cucina a mirarci in cagnesco.
Non ci ha detto niente. E' filata in camera ed ha sbattuto la porta. Ne e' uscita dopo 5 minuti, con t-shirt e calzoncini.
All'inizio non ho capito il senso recondito del suo cambio d'abito. Anche perche' l'avevo guardata di striscio notando appena i colori – bianca la maglia, verdi i calzoncini. Ma poi s'e' seduta, reclamando il cibo, e allora ho colto il messaggio. I capezzoli, lasciati liberi dal reggiseno, esplodevano sotto la stoffa bianca e un po' sudata. Ecco, faceva piu' lei in tenuta da pallavolista che Rita in tenuta da Eva nudista. Aveva accettato una sfida, povera Simona, senza pero' che nessuno l'avesse lanciata.

Che dire della parmigiana di fiori di zucca? Io non lo so se sia una ricetta buona o una schifezza. La mia e' finita prima di cominciare, non l'ho assaggiata. Mi sono accorto che le tette esplosive del dobermann stavano li', in vetrina per me, proprio mentre portavo in tavola. E mi sono distratto un momento di troppo, facendo volare a strage la pietanza sul pavimento.
Rita ha riso, Simona ha mormorato la cosa piu' vicina a una bestemmia che le abbia mai sentito sputare. Un porchepoppe, che davvero mi pare una geniale e innovativa invenzione. Adeguata alla sua condizione, tra l'altro. E poi mi ha aggredito.
Davvero: capisco il caldo, ma aggredirmi in quel modo... mi ha urlato senza pieta'. Definendomi un cretino. Primo perche' ho un amico scemo e lo continuo a frequentare, uno con 700 piante di zucchine che producono solo fiori. Secondo perche' andare tutti i giorni al tramonto da Erminio, a coltivarmi un pezzo di orto e piantarlo tutto a cavoli, e' un delirio che fa di me il degno compare dell'altro scemo amico mio. E terzo perche' solo un cretino puo' pensare di accendere il forno in un ultimo piano a Roma citta', il 3 di agosto. Ecco, non ha menzionato la mia goffaggine, seppure il suo frutto facesse bella mostra di se' al suolo, sulle mattonelle unte. Si vede che non le importava. Ma nemmeno ha accennato al discorso che, secondo me, sottende al suo eccesso d'ira: e cioe' la consapevolezza del fatto che io voglia sposare quell'ebete di Rita, una che se ne sta nuda e fissa con lo sguardo sul ventilatore, una a cui pare normale ogni mia follia. Anche se non ha affrontato l'argomento, pero', io lo so che sotto sotto e' il pensiero dell'imminente passo in cui mi sto per lanciare, a rendere Simona cosi' facile alla ferocia.

Comunque mentre gridava non se ne e' accorta, ma intanto, la pazza, s'era alzata dal posto a sedere e s'era chinata accanto al casino che avevo combinato. E come si mettono i gatti a leccare il latte dalla ciotola, anche lei cosi' s'era messa: a mangiare la parmigiana sparsa al pavimento simulando una postura felina, inarcando la schiena e sollevando il sedere. Lasciando bene in vista gli slip infraculo e le due natiche tonde, perfette, come gli emisferi di un pianeta inesistente, ideale, iperboreo. Esatto: un cazzo di paradiso terrestre.
Gli improperi, a Simona, quando i suoi occhi seguendo i miei hanno trovato la pantomima, si sono estinti in gola. E siamo rimasti li', sospesi in un tempo indefinibile, a guardare la Rita seminuda comportarsi da matta, o da gatta... non so piu' bene. E quella? Imbavagliati i sospiri, uditi i silenzi, catturati gli sguardi, dopo un po' s'e' fermata. Ha sollevato il visino sporco di sugo, e restando sempre a quattro zampe, acquattata, ha miagolato e poi le ha riso in faccia, di gusto. Ecco, potrei anche usare il plurale in verita'. Non ci troverei niente di male. Anzi, sarebbe magari utile a sdrammatizzare. Ma no, non c'e' dubbio alcuno. Rita ha riso in faccia a Simona, con un certo fare di selezione. Sarebbe sciocco cercare di negarlo.
Simona ha tenuto la botta, dapprincipio. Non si e' scomposta. Poi ha guardato la mia lingua, le e' sembrata penzoloni, e s'e' abbattuta come si abbattono gli elicotteri, quando sorvolano le terre sbagliate: ampi cerchi concentrici, qualche scarto di lato, uno schianto muto, il rimbombo di un fuoco che divampa. Qualche cadavere dentro, imprigionato. Irrecuperabile. Carbonizzato.


3

Gli esseri umani ridono delle cose e delle situazioni piu' disparate. Ecco, in questo senso, l'umorismo e' una questione del tutto personale. Piu' o meno come l'igiene intima. Quando si entra in contatto con gli altri, allora magari tocca trovare un limite condiviso. Ma in solitudine, ognuno gratta il muso alla piattola che gli pare.
A me, per esempio, fa ridere da morire l'idea di Simona contemporaneamente ferma su due bilance, immobile e seria che trattiene il fiato, che si concentra e fissa i display, come se lo sguardo avesse il potere di ridurre i danni collaterali insieme al numero dei Kg. E' cosi' che la immagino adesso, ricordando la mattina in cui c''e stata l'esplosione, alla fine del marzo passato. In quel modo mi appare nella fantasia, e ne rido. Forse stupidamente, e' vero. Ma se cosi' vi sembra, sappiate che il limite condiviso tra me e voi ha nome Esperita, ed e' un gioco. Un gioco nel quale io racconto e voi scartabellate nella mia vita.
Per Simona, pesarsi, e' una malattia, una mania, un atto espiativo associato all'altro compulsivo di mangiare. Si ingozza in preda a qualche demone di squalo, alle multi-personalita' proprie del branco di pirana da cui e' posseduta... e poi va in bagno. No, non per vomitare. Per pesarsi. Ha anche un quaderno dove appunta i risultati dei sondaggi a cui si sottopone quotidianamente.
Io la sento entrare in stanza, qualche volta. Il rumore del cassetto che si apre, il frusciare dei fogli, il cazzotto sulla scrivania. E' febbrile nella persecuzione del rito. Quasi come lo sono io, quando apro il mio foglio, stipato anche quello nel fondo di un cassetto. Comunque quel giorno del marzo scorso, stava su una doppia bilancia, Simona. Su quella che abbiamo nel bagno e su quella che io ho dentro il cervello. Dunque la soppesavo, mentre lei si pesava.
Ragionavo del fatto che deve sembrarle orrendo il modo in cui s'e' ridotta: cosi' massiccia, formosa, enorme e gonfia. E che vivere questo orrore, deve averle oscurato la ragione, tanto da non farle cogliere, a lei cosi' perspicace per altri versi, come stiano realmente le cose.
Si, e' vero, Simona mi piace. Mi piace il suo viso placato a cui sottende la rabbia inespressa. La ferocia, quasi. Mi piace la sua contenuta sessualita' straripante di cattolica praticante. L'abilita' che si riconosce nelle cose della vita. E il fatto che penda irrimediabilmente dalle mie labbra. La stavo soppesando, quindi. Perche', chiaramente, dovendo scegliere, tra lei e la pazza avrei scelto lei come compagna di vita. Ma c'e' poco da fare: io non cerco una compagna di vita. La mia compagna e' Esperita. Anche se non c'e'. Anche se di lei serbo solo l'incantesimo, quello che mi fa respirare serenamente e liberamente ancora adesso. Bene, dicevo... non cerco una compagna di vita. Cerco la mia lettera EMME.
La mia lettera EMME, come ordinato dal medico al momento della dimissione, e' il matrimonio. Esatto: un cazzo di cappio al collo. Ma se non altro io, a differenza di tutti gli altri manichini convogliati a nozze, potro' dire che di sposarmi me l'ha prescritto il dottore.
Non mi sono mai sposato prima, come mai prima ho compiuto nessuna delle altre imprese che stanno nella lista di Esperita. E malgrado fino a oggi, seguendo il percorso indicatomi, io abbia annegato, coltivato duemila metri di terra a cavoli, affrontato il pubblico scherno e le botte mascherato da centurione, partecipato a una quasi insurrezione, frantumato la palestra di una scuola, costruito un forno sul terrazzo rischiando d'esserne buttato giu' di sotto e rapinato un disgraziato sperso per la via, dover affrontare il matrimonio mi angustia in maniera particolare. Ho la testa fissa al fatto e un solo scopo in mente: non coinvolgermi in qualcosa di irrimediabile. Quindi preferisco sposare in gioco e leggerezza questa sorta di gatta nuda che mi circola per casa, piuttosto che un dobermann innamorato. In realta' avevo anche valutato di ordinare una moglie per posta, una che avesse bisogno del visto. E magari di farmi anche pagare, per questo. Una cosa pulita, una ragazza dell'est o una africana. Un tot di mila euro, pochi ma meglio di niente, e nessuna complicazione. Ma poi ho considerato meglio la parola complicazione. E mentre desistevo dallo scegliere una disperata, anche perche' sarebbe stato in fondo imbrogliare, Rita mi ha lanciato l'idea. Cosi', come suggerendo un modo per non farsi del male. E' successo che quella mattina di marzo e' venuta a svegliarmi con il caffe'. E' salita sul letto, mi si e' accucciata affianco e mi ha detto “ti sento stanco”.
E vorrei vedere...
Avevo passato gli ultimi tre mesi, giorno e notte, a lavorare alla lettera E. Ero stre-ssa-tissimo, roba da rischiare un nuovo infarto.
Ma della lettera E parlero' dopo, lo prometto.
Per adesso continuo a dire, e vi dico cosa e' successo li' intorno, in prossimita' cioe' del momento in cui c'e' stato il botto. Per inciso: una roba che seriamente ha scosso il nostro piccolo mondo.
Dunque e quindi Simona era in bagno a pesarsi e io la soppesavo con gli occhi semichiusi, in una sorta di dormiveglia, aspettando l'esecuzione. E' stato allora che Rita e' entrata. Ed e' stato proprio in quel frangente che s'e' fatta gatta premurosa, accucciandomisi affianco.
I vetri, a un tratto, hanno tremato. S'e' sollevato un polverone. Il quartiere ha subito una piccola rivoluzione. Le sirene hanno cominciato a urlare. E io, come di regola accade quando il punto scala, quando il fatto si realizza, quando ho successo insomma, ho avuto una fenomenale erezione. Istantanea. Senza paragone. Perche' devo dirlo: piu' scalo la lista, piu' il mio sesso s'ingrossa. Sento che diventero' un vero caprone quando spuntero' la lettera zeta. O e' solo una speranza la mia. Ma ecco, a Rita del botto non e' importato affatto. Ha solo notato che tra i vari sollevamenti di polvere carta e vento, s'era alzato anche il lenzuolo, issato su dal pene. Ha sorriso, mi ha dato un bacino sulla guancia e me lo ha succhiato.
Di li' a poco e' entrata Simona, mezza svestita e coi capelli per aria.
Avete sentito l'esplosione? Ha detto tutta scarmigliata. Ma, per me, e' stata solo un'eco dentro il rombo, la sua voce, che intanto venivo e la pazza ingoiava.
Poi Rita mi ha nuovamente sorriso, mi ha raccomandato di finire il caffe', e s'e' alzata per andare altrove. Chissa' dove. E sulla porta ancora spalancata, s'e' girata miagolando in un risolino... oggi mi sento tua moglie.




CAPITOLO 3
Roma, 15 ottobre 2012


1

Il primo aprile di 40 anni fa, al termine di una gestazione tanto lunga da fare invidia a un cetaceo, zia Annunziata mise al mondo mio cugino Nevio. Era cosi' in ritardo, il bambino, che quando nacque, e nacque proprio il giorno degli scherzi, i parenti avevano quasi smesso di aspettarlo e, di conseguenza, nessuno credette alla notizia, che fu scambiata per il classico pesce d'aprile.
Crescendo, Nevio, si sarebbe dimostrato un vero scherzo della natura, come se il giorno della sua nascita, in apparenza una semplice e casuale data sul calendario, avesse infine deciso di rivelarsi ben altro. Ecco: un Destino si rivelo', una Entita' decisa a spingersi e segnarlo nel profondo, incarnandolo, possedendolo pari al demone che s'impossessi di un corpo vergine per contaminarlo e portarlo alla perdizione.
Il primo aprile di quest'anno io, invece, me ne stavo sul terrazzo a guardare Roma.
...il cielo terso, il vento tra i capelli, qualche lacrima seccata coi cristalli a incrostare gli spigoli degli occhi...
Cosi' me ne stavo, e pensavo al modo in cui Rita aveva rotto il patto di castita', opposto inizialmente a scudo contro le eventuali mire sessuali dei suoi coinquilini. E mi andavo chiedendo se fossi per caso uscito dalla cerchia di quelli che diceva di amare come fratelli, o se fosse invece lei pratica dell'incesto. Mi stavo anche domandando se Rita avesse o no fratelli, parenti e amici, scoprendo che nulla ne sapevo. Ma proprio nulla. Anche se in effetti, meditavo di sposarla.
Stavo sul terrazzo, il primo aprile scorso, per tre motivi precisi: ammirare dall'alto, nel quartiere, la modificazione architettonica di cui ero stato anonimo artefice, mirare il luogo prescelto per operare la grassazione e, infine ma non da ultimo, costruire il forno. La mia lettera EFFE. Perche' cosi' ho interpretato la parola Forno scritta in luogo del punto EFFE nei miei “mai fatto”: avendone gia' puliti, frequentati e usati, evidentemente non mi restava che costruirne uno.
Per la realizzazione del progetto, m'ero dovuto risolvere a chiedere l'aiuto di Simona. La signora Franca, infatti, amministratrice del palazzo e proprietaria del nostro appartamento, mi guardava malamente da quando quella strillona maiala di Rita s'era trasferita, mentre invece, il dobermann, godeva ancora delle sue simpatie.
Col permesso accordato, dunque, e i materiali necessari tutti accatastati (oltre che comperati di tasca mia), attendevo l'arrivo della coinquilina alleata onde iniziare a lavorare. Visto che nella vita non si sa mai, e un paravento e' sempre meglio di una esposizione indiscriminata alle intemperie.
A posteriori so che avrei dovuto fidarmi del cielo limpido. Perche' sarebbe filato, alla fine, quasi tutto liscio. Il primo aprile, infatti, nessuno scherzo mi ha tirato il cielo. Il bel tempo ha retto per tutto il giorno, i coinquilini sono rimasti ognuno nella propria tana senza scassare la minchia, la signora Franca, forse dalla paura che le chiedessi una quota in denaro per l'opera, s'e' ben guardata dal mostrare il suo orrido muso da bavosa bottegaia, e non mi sono nemmeno tirato una martellata di striscio al dito. Ossia: anche la sfiga s'e' presa una vacanza.
L'unico tifone a piombarmi addosso e' stato invece proprio quello che un meteorologo avrebbe potuto chiamare “Simona”. Come e' vero che i tetti crollano, o che a proteggersi con le sbarre, si rischia di fare la fine del conte Ugolino.

Di stranezze mie, Simona, da che ci conosciamo e sono ormai due anni, ne ha viste tante. Alcune l'hanno fatta ridere, altre impazzire.
Il primo di aprile non avevo ancora sparso a strage sul pavimento i fiori di zucca, e il dobermann, quindi, ancora non aveva espresso “perplessita'” a proposito della piantagione di brassica oleracea (si esatto: ho 2000 cazzo di metri coltivati a cavolo), ma ovviamente gia' si andava appuntando sul quaderno delle stranezze il fatto che mi fossi incaponito cosi' assiduamente nel frequentare l'orto di Erminio, pagandogli l'affitto per quella metratura non indifferente di campagna e che l'avessi utilizzata tutta per sfondarla di brassica oleracea, e brassica oleracea solamente, senza nemmeno avere intenzione di farne commercio.
In autunno, la ragazza, era coraggiosamente venuta a trovarci li' fuori porta. A me e all'amico contadino. Forse perche' non credeva fino in fondo ai miei racconti e alle mie dichiarazioni. E vedendo i filari di cavolo cappuccino, di cavolo rosso, di rape, di verze e di broccoli, quasi si era messa a piangere. Perche' davvero deve avermi considerato uno spostato, e uno spostato non e' esattamente il fiore di cui e' bene innamorarsi. Insomma... s'era come resa conto di botto che stava amando un pazzo. Per una psichiatra, non e' certo una bella cosa. Immagino che la constatazione di un simile evento conduca anche ad una seria rivalutazione del proprio se' e ad uno screening del proprio stato di equilibrio mentale.  
Pero' di Simona devo anche dire che, in seguito, s'e' rifatta viva li' all'orto. Quindi lo screening deve avere avuto esito positivo. Almeno... il primo. E' tornata infatti una sera, sempre in autunno, con una sua amica. Sono venute a cercarmi sinceramente contente e gentili. Ci hanno portato due birre, una per me e una per Erminio, e si sono fermate a parlarci per un tempo dolce, rosato, nella luce che solo Roma conosce e che solo Roma sa regalare. Quella luce utile a giustificare, forse almeno in parte, la scelta di quegli avi reietti e pastori che vennero qui a edificare il centro di un mondo. Qualche volta, in questa periferia bruta, mi capita di pensare quanto qualsiasi altro luogo geografico avrebbe subito le atrocita' di cotanto impero, la depravazione di tanto barbaro delirio di dominazione mutando in scandalo ogni belta'. A Roma invece non e' successo nulla di tutto cio'. Questo luogo reca i segni della meraviglia ancora adesso e malgrado il sangue colato sopra i massi e sulle pietre. Malgrado il cemento. Malgrado le violenze e gli stillicidi. E forse la salvezza la deve al sole del tramonto. E' come se un orco si fosse affacciato dal Palatino, un antico giorno, e avesse considerato solida la scena, indistruttibile. Tanto da poter reggere il buco piu' abissale. Quello che risucchia l'umanita' al fondo del suo inferno.

Dunque... nonostante l'assurdita' che mi ha letto dentro, Simona e' tornata a trovarmi all'orto, mi ha sempre sorriso benevola a casa, e ci ha provato, oh se ci ha provato, a non archiviarmi come pazzo. Inoltre, malgrado fino alla fine del passato marzo mi avesse visto impilare azioni e situazioni imbarazzanti e ingiustificabili quali tentare di adescare un gatto randagio, cercare successivamente di cacciarlo dalla casa, io tutto pieno di graffi e lui tutto bagnato, e poi ancora avvicinare turisti al Colosseo vestito da Centurione per tornare a sera a casa tutto pesto e livido come se da centurione avessi affrontato una campagna poco fortunata, malgrado mi avesse pescato, dentro, pensieri attorcigliati a questioni a dir poco bizzarre... a tutto aveva resistito, salvandomi dal pozzo dei folli nel quale, per sua ammissione, getta senza pieta' i personaggi che via via incontra e come folli etichetta.
Poi pero', il primo aprile di quest'anno, ha perso il freno ed e' salita come un toro infuriato li' al terrazzo, decisa a chiedermi conto. No, non dell'esplosione con cui avevo paralizzato un quartiere e polverizzato la palestra di una scuola, cosa che se anche avesse sospettato, di certo non poteva sapere. Nemmeno a chiedermi conto dei 2000 metri di brassica oleracea o della storia del gatto bagnato o di quella della mascherata da centurione, e' venuta... ma solo a farsi spiegare quel che subito dopo il rombo aveva intravisto, affacciandosi tutta scarmigliata sull'uscio della mia stanza. Insomma, tra le innumerevoli assurdita' di cui ero stato protagonista, veniva a domandarmi spiegazione dell'unico numero in cui mi ero limitato a fare, per cosi' dire e per usare un eufemismo, la spalla.
Certo non si aspettava, poverina, che le confessassi a bruciapelo e su due piedi l'intenzione di sposare Rita. E sinceramente... neanche io mi aspettavo che glielo avrei confessato. Soprattutto non mi aspettavo la ferocia con la quale mi sono sentito sputarle in fronte il fatto, ne' che mi venisse fuori quello sguardo gelido, o che mi ritrovassi poi con quegli occhi che non pensavo nemmeno mi appartenessero ma che so a memoria, avendoli osservati con orrore mille volte in faccia a un altro. Non mi aspettavo di ritrovarmi posseduto, invasato, pilotato da un gene, uno preciso insospettato e dimenticato, sbucato fuori all'improvviso a battere cassa. Emerso con la sicurezza di un padrone a ricordarmi, da quel momento e per sempre, che pur non essendo io nato il primo aprile di 40 anni fa, rimango senza via di scampo il cugino carnale di Nevio.


2

Rita dovrebbe smetterla di starmi appiccicata tutto il giorno. E' una cosa, quella che fa, poco rispettosa dei miei spazi e addirittura maniacale, quasi ossessiva, soprattutto se la si considera in relazione al fatto che, Rita, ormai da due mesi dorme accucciata ai piedi del mio letto. Per fortuna non le ho chiesto di sposarmi fin da aprile, altrimenti ad oggi l'avrei probabilmente gia' murata viva in qualche loculo cimiteriale. 
Ci ho messo un po' a chiederla in sposa perche' trovarmi in faccia gli occhi di Nevio, a inizio primavera, mi ha fatto percepire come necessaria una indagine introspettiva che fornisse gli strumenti utili a scindere cio' che e' reale da cio' che e' solo frutto di suggestione. Del resto, sto vivendo una esperienza che reputo ai margini del vivere comune. Una esperienza borderline.
Mio cugino Nevio, invece, del borderline non ha piu' niente e vive oltre i confini dell'immaginabile ormai da sei anni, rinchiuso e sedato in un ospedale psichiatrico. Perche' la coerenza con se stessi conduce spesso in luoghi oscuri, li' dove l'ottusita' s'impone o la follia delibera. La sua storia ne e' chiara dimostrazione...
Nevio ha cominciato da piccolo, annegando i polli di nonna. Li afferrava, ci lottava, li affogava, e poi grondante sangue ne conduceva in trionfo i cadaveri sotto gli occhi allibiti dei parenti. Ha continuato a scuola, torturando i suoi compagni di classe fino al giorno i cui, zia Annunziata, s'e' vista costretta a ritirarlo, come si ritira una partita di cibo avariato dal commercio. Durante il secondo quadrimestre del terzo anno di elementari, infatti, una mattina, il piccolo Nevio s'e' portato a lezione non la merenda, non i libri, non i quaderni e le matite colorate, ma un martello e due chiodi. Coi quali ha ben pensato di inchiodare le mani di una sua compagna al banco, nell'ora della ricreazione.
Il tentativo di mettere riparo a questo grave scandalo familiare s'e' tradotto, previa riunione dei congiunti, nel far passare il ragazzino per una infinita serie di ambulatori psichiatrici e consultori, sballottandolo tra neurologi ed educatori. Ma invano. Il suo sguardo, gelido, felice, invasato, non ha subito incrinature, nemmeno di un misero grado. La tragedia, rimasta nell'aria fino al suo 34esimo compleanno, si sarebbe fatalmente consumata in un freddo dicembre. Col rinvenimento da parte dei Carabinieri, nel garage di zia, del poi celebre collage di arti umani essiccati e composti in mosaico.

Tra aprile e giugno di quest'anno, io, non ho fatto altro che spiarmi allo specchio. Tutte le mattine. Alla ricerca di un segno del tarlo. E' stato solo con l'arrivo dell'estate, quindi, che mi sono deciso ad archiviare l'episodio del terrazzo come frutto di suggestione e a proseguire nella compilazione della mia lista. Operando la grassazione.
Dunque...
Quando a giugno sono rientrato a casa, dopo aver rapinato quel povero cristo in via Da Giussano, avevo i pantaloni che mi scoppiavano. Alla lettera G e' corrisposta una esplosione in fatto di erezione che davvero non aveva precedenti, nella mia fino ad allora mediocre vita.
E' cosi' che, spuntata la lettera dalla lista, mi e' tornato in mente il pompino di fine marzo e il proposito di sposare Rita. Sono sgattaiolato nel buio della casa fino alla sua camera e mi sono infilato nel letto. Rita dormiva nuda, abbracciata al cuscino e con un pollice in bocca.
Ho scoperto che s'addormenta quasi sempre in quella posizione e immersa in quell'esercizio, la matta. Di Rita oggi posso dire, che non smette mai di succhiare, nemmeno quando sogna. E' una sorta di caratteristica propria della sua natura. Come se succhiare fosse necessita' funzionale al suo intero impianto vitale. Probabilmente, se smettesse, smetterebbe anche di mangiare, bere e deambulare.
Il letto era bollente quella notte, perche' questa estate s'e' rivelata l'ennesima piu' calda di sempre. Ho avvicinato le labbra al suo piccolo orecchio e le ho chiesto di sposarmi. E' stato come mettere l'interruttore in on e avviare la modalita' “risucchio”.
Difatti Rita ha sorriso, prima ancora di aprire gli occhi. Senza girarsi ha lasciato il cuscino e con la mano mi ha cercato il pene. Ci si e' attaccata, come fosse l'anta del letto, e facendosi forza s'e' voltata. Mi ha sussurrato un “si” che rispondeva alla domanda, e poi ha riversato su di me tutta la sua perizia nel tentativo sincero di darmi sollievo.
Darmi sollievo, quella notte, e' stato in effetti un duro lavoro, poiche' l'erezione, per quanto lei ci lavorasse, non riusciva a smorzarsi. Rita ha mugolato parole come “povero caro” “ci penso io a te” continuando a leccarmelo e succhiarmelo. Poi, con le prime luci dell'alba, s'e' chinata sul materasso, dandomi il culo. Ha bene allargato le natiche e mi ha guardato invitandomi a fare come se fossi a casa mia.
Non e' stato semplice infilarle il pene nell'ano. Avevo paura di farle male. Tuttavia lei mi ha incoraggiato in ogni modo, e alla fine abbiamo avuto successo.
E col successo, e' arrivato anche il giorno. Avrei voluto trattenermi dall'urlare, ma non ci sono riuscito. Le mura hanno tremato, giuro. E se non le mura, almeno i vetri. Qualche gatto ha strillato giu' in strada, alcuni cani hanno fatto eco cominciando a ululare e persino gli allarmi delle automobili si sono messi a sibilare. Insomma, per un attimo lungo, dopo l'orgasmo, mentre mi stendevo con la schiena sul letto e la testa mi girava e mille colori si componevano in bolle dietro alle palpebre socchiuse, m'e' sembrato di stare nel mezzo della giungla, come un cazzo di Tarzan che avesse appena lanciato il suo richiamo.
Nel frattempo Rita, piena di sperma, s'e' alzata plastica e ha infilato gli slip infraculo, sobbalzando un poco al contatto tra orifizio e cotone. Poi e' corsa a piccoli passi verso la sua scrivania, lamentando col suo solito risolino solo un piccolo dolore mentre si sedeva alla poltroncina. Ed ha cominciato a cercare in internet un abito degno per la cerimonia.

Simona ha invece smesso di parlarmi. Quasi completamente. Il discorso piu' lungo in questi 5 mesi me lo ha fatto al 3 di agosto, ed e' stato una sequela spassionata di insulti.
Non riesce neanche piu' a pescarmi nei pensieri, probabilmente, altrimenti si rincuorerebbe nel sentire quanto fastidio mi dia la vicinanza con Rita (...ho persino pensato, durante le notti bollenti in cui la promessa sposa mi stava abbracciata in un lago di sudore, di afferrarla e gettarla giu' dalla finestra, figuriamoci...).
Rita fortunatamente e' diventata molto docile, da quando ci siamo fidanzati. Cosi' abbiamo raggiunto un compromesso: lei ha diritto di farmi addormentare e darmi la sveglia con servizi sessuali (devo dire anche un po' monotoni a questo punto) mentre io ho ottenuto che dorma, almeno fino a ottobre, non al mio fianco ma accucciata come un gatto, ai piedi del materasso.
Per il matrimonio ormai e' tutto pronto. Siamo stati nella sede distaccata del Comune, qui alla Circoscrizione del Prenestino, e abbiamo fissato la data: il 15 di ottobre. Le pubblicazioni sono pronte, i vestiti arrivati, il pranzo prenotato da Gino a Portonaccio e i parenti invitati tutti. Gli anelli saranno anelli di legno, perche' cosi' la mia fidanzata vuole. Li abbiamo trovati una mattina a Porta Portese dove ci siamo recati insieme e a braccetto, come nella migliore tradizione delle coppie in via di sistemazione. E lei ha gioito come un fungo in autunno quando ha trovato queste due patacche lucide e grosse da sbatterci sopra agli anulari.
Alla notizia del matrimonio mia madre s'e' tutta infervorata. Dal tono della voce l'ho capito che pensava ad Anita, la mia ex fedifraga. Secondo me trovera' il modo per informarla del lieto evento. Solo che una gaffe e grossa pure, la vecchia, non poteva non farla. Adesso non so se al telefono (si, gliel'ho detto al telefono) abbia capito male il nome o se si sia fatta prendere da chissa' quale emozione, fattosta' che il giorno dopo ha telefonato in studio a Simona per farle le congratulazioni. Era convinta che avessi chiesto lei in sposa. Simona l'ha presa ancora peggio che male. E' venuta a cercarmi all'orto col sole che tardava a tramontare. Come una furia e' arrivata, e quando l'ha vista con quella faccia, Erminio, s'e' scansato. Ha lasciato il vino che stava bevendo e s'e' ritirato dalla pergola, sparendo e salutando. Simona e' rimasta fissa di fronte a me, arcigna, ansimando e con gli occhi pieni di lacrime. Voleva sapere perche' avessi detto a mia madre che la sposavo. Se per caso avessi intenzione di torturarla.
Io sono caduto dalle nuvole e stavo per controbattere, ma poi la dobermann s'e' piegata su se stessa, s'e' inginocchiata e ha cominciato a singhiozzare. A piangere tante lacrime che sembrava un torrente. E a torrente ha cominciato anche a vomitare una infinita serie di perche'. Perche' lei e non me.
E vaglielo a spiegare.
Ecco, forse l'avrei dovuta consolare, istruire. Forse avrei dovuto confessare. Invece in testa non avevo in quel momento se non la mia lista, e una intuizione fulminante. Come uno squalo mi si e' fatto sotto il lato oscuro latente. L'ho presa per i capelli, le ho sollevato il viso, l'ho fissata negli occhi con gli occhi di Nevio, piantandoglieli nelle pupille come fece lui coi chiodi nei palmi della bambina. E le ho chiesto cosa fosse quella assurda manfrina. Cosa volesse. Cosa da me e proprio lei, che mi aveva da sempre snobbato. RI-FIU-TA-TO. E mentre le pupille le mulinavano a vento come precipitando nel vuoto della sorpresa, colpite da una illusione a cui si vuole credere, da un botto di fortuna che non si attende, le ho ordinato di alzarsi e di spogliarsi. O di sparire per sempre.


3

Solamente al cinema, “qualcuno”, riesce nell'intento di compiere devastazione da solo e contando unicamente sulle sue forze.
Lo so, a voi il termine Devastazione, letto cosi' su di un foglio, dice poco. Magari lo avete anche usato, distrattamente o in senso figurato, quando una fidanzata (o un fidanzato) vi ha lasciato devastandovi dentro. Ma per definirsi pienamente e nel modo che mi occorre, la devastazione, ha bisogno dell'intenzione del soggetto che la compie. Aveva quella fidanzata (o quel fidanzato) intenzione di devastarvi?
E poi non e' nel senso figurato che si estingue il significato di un termine.
Venendo quindi a significati meno metaforici, direte voi... e la natura? Ha intenzione quando con un'onda anomala devasta una nazione?
Non lo so. Io sono, al limite, un misero elemento, della natura. Come posso coglierne le intenzioni? Ma noterete che, per parlare di devastazione nel caso proposto, occorre si verifichi un maremoto, o un terremoto, o una catastrofe portata da una sinergia di forze naturali. Non basta un singolo individuo umano. A meno che, appunto come dicevo in apertura, non sia un cazzo di Rambo.
Quando infatti ragionavo, due anni or sono, di devastazioni, quando mi informavo sulle varie ipotesi a metro disponibili nelle piu' disparate salse a consumo, mi e' venuto in mente proprio il film di Stallone. Il primo della saga. Precisamente la scena in cui lui torna alla cittadina di provincia per metterla a ferro e fuoco. Nel mio ricordo c'e' il palestrato eroe che cammina verso la camera, mentre dietro gli scoppia il mondo in un rombo di fuoco.
Bene. La vita non e' un film, io non sono Rambo e tanto meno uno tsunami.
Del resto la definizione del termine “Devastazione” non e' un problema riguardante solo me, ma anche e soprattutto la giurisprudenza. Quella, notoriamente, si trova spesso a fare i conti con qualche arcaico legislatore, e incredibilmente, cercando di dare un senso a cio' che Esso ha scritto, si barcamena nelle piu' strambe difficolta'.
Il reato di Devastazione fu per la prima volta introdotto, in Italia, nel 1930 dall'allora ministro della giustizia Rocco. Ancora in vigore nel moderno codice penale Italiano, l'articolo 285 recita “Chiunque, allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato, commette un fatto diretto a portare la devastazione, il saccheggio o la strage nel territorio dello Stato o in una parte di esso è punito con l’ergastolo”.
In origine la pena era di morte. Ma questo non e' rilevante.
L'articolo in se' non aiuta a definire la “Devastazione”, e meno che meno aiuta a capire come un “chiunque” possa riuscire a realizzarla. Tra l'altro l'intenzione di attentare alla sicurezza dello Stato rende ancora piu' complicato il genere di devastazione alla quale si fa riferimento. Io non saprei da dove cominciare, ad esempio, per attentare alla sicurezza dello Stato.
Fortunatamente ci viene in aiuto l'articolo 419 del codice penale, dove e' definito il reato di “Devastazione” non mirato a colpire lo Stato, ma piu' semplicemente l'ordine pubblico.
L'articolo 419 recita infatti “Chiunque fuori dei casi preveduti dall’art. 285, commette fatti di devastazione o saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni. La pena è aumentata se il fatto è commesso su armi, munizioni o viveri esistenti in luogo di vendita o di deposito”.
Il che ci solleva dal gravoso compito di dover attentare alla sicurezza dello Stato, per poterci dire autori di devastazione.
Continuando a scavare ho scoperto che la giurisprudenza ha interpretato la parola “fatti” come un elenco di atti che sommati portano a devastazione (danneggiamento, incendio, esplosione etc...), e che “devastazione” e' stata interpretata come “il danneggiamento complessivo vasto e profondo di una notevole quantità di cose mobili o immobili, che costituisce il risultato dell’azione”.
Adesso, quindi, se uno volesse devastare, dovrebbe aggredire una vasta area di interesse pubblico, con pluralita' di metodo, e contemporaneita' degli atti (risolti in unica “azione”, appunto). Oppure si dovrebbe rassegnare a non operare devastazione. Ma ad esserne al limite partecipe.
Insomma, per gli umani, la devastazione (come anche il saccheggio) e' un po' come l'insurrezione. Non la fai da solo, ma e' frutto di una sinergia naturale di numerosissimi elementi chiamati individui, provocati nell'agire, in qualche modo, da fattori esterni che li conducono all'esasperazione tanto da sollevarli e trasformarli in forza devastante.
Occorre dunque che l'agire di molti si definisca in unico movimento, perseguente uno scopo e rilevante al fine che si prefigge.
Non per niente, devastazione e saccheggio, sono reati politici, introdotti dal codice del ministro Rocco (fascista) mirati a colpire sollevazioni popolari.
Per compiere devastazione, allora, e' necessario intuire l'onda, montarci sopra e partecipare della sua cresta. Perche' da solo sei una misera goccia di pioggia che si asciuga un attimo dopo aver toccato il suolo, e solo nella comunione di infiniti istinti, si puo' arrivare a travolgere lo stato di fatto che ordina il mondo e opprime.
Venite con me, adesso.
Vi faccio vedere il percorso dell'ultima onda abbattutasi su Roma, il 15 ottobre del 2011...

Un fiume di teste, giusto un anno fa, si muoveva a serpentone tra gli argini dei palazzi e dei blindati. Partiva da piazza della Repubblica, quel fiume, sotto un cielo impietoso dominato dal sole bollente. A due passi dalla stazione Termini, svoltava incanalandosi per via Cavour. Declinava morbido fino ai fori imperiali e li', sbarrato a destra da decine di cellulari e da soldati col culto del branco confuso a quello dell'eroe, risaliva a sinistra verso il Colosseo. Superatolo, infine, il fiume di teste non pensanti s'arrampicava stentato verso piazza San Giovanni, discutendo a cottimo sui metri da accumulare e del metro e del fine con cui e per il quale raggiungere i prati sotto la basilica del Laterano. Immagino che molti stessero facendo la solita passeggiata, che altri stessero li' per monetizzare, che in numerosi si chiamassero pacifici e intendessero inscenare il fantoccio politico utile a scongiurare altri fantasmi e ad appagare quel senso di appartenenza spoglia, che dentro non ha nulla e che si muove semplicemente dietro a un non-bisogno materiale, o meglio, a un bisogno materiale intuito, ma non digerito, non metabolizzato, imminente ma non attuale, esorcizzabile quindi con una semplice pantomima.
Lungo il corso del fiume, ad un certo punto, una bolla intemperante s'e' alzata. Ecco, in realta' diverse bolle, ma dall'interno poco poteva dirsene del numero.
La bolla s'e' gonfiata all'improvviso mescolata ai caschi di quelli che non volevano prenderci manganellate, e s'e' diretta lungo il letto sbattendo sugli argini e coinvolgendo altre gocce d'acqua, spaventate piu' del potersi asciugare che dell'infrangersi. Innumerevoli muti, invece, non hanno trasformato il corso d'acqua in esondazione. Tuttavia l'onda anomala che ha risalito il fiume e' stata sufficiente a produrre un danno sensibile. In primis a coloro i quali intendevano recitare la parte dei burattini all'opposizione nell'infinito dualismo di destra e sinistra, nella gabbia dicotomica che induce a non fare e seguire. E poi anche ad altri, convinti che il controllo di una esplosione sia controllo reale, percepibile e sicuro, e non piuttosto solo una illusione proiettabile, finalizzata alla castrazione. Insomma, eccoci, questa e' via Cavour. Qui l'onda s'e' infranta su una serie di vetrine e sulle automobili. Su qualche sportello bancario. I botti hanno rimbalzato sopra i muri dei palazzi che infinite volte avevano guardato il fiume amorfo, limaccioso, andare e venire in inutili domeniche di boccheggio durante gli ultimi inerti anni ... E piagnoni lavoratori senza piu' lavoro, senza piu' diritti, ancora convinti che a garantirli fosse non la sottomissione ma il bluff portato nella gita domenicale per le vie della Capitale ... E poveri stolti prestati a firmare l'”alternativa” di un fasullo scudo sindacale, interfaccia e braccio dello sfruttamento ... E pusillanimi confusi tra la potenza e il voto, convinti, dal terrore, che mettere una crocetta sopra un simbolo nel segreto di un'urna potesse deviare il corso della loro storia, o che la loro storia mai piu' avrebbe potuto portarli a qualcosa di male, anche senza nulla fare, anche senza nulla pensare, anche senza nulla rischiare.
Testa sotto le coperte e preghiere. Testa sotto la sabbia e scongiuri. Questa e' stata la strategia del movimento, fino ad oggi.
I piagnoni, passando accanto ai cassonetti incendiati e fatti esplodere, ai vetri infranti, agli interni dei locali e degli alberghi incendiati e danneggiati, alle automobili date alle fiamme e prossime all'esplosione, si riducevano, un anno fa, a rivolo d'acqua e proseguivano dopo piccola strettoia. Poco convinti e magari maledicendo chi gli aveva rovinato la fiera dell'imbecille a cui stavano andando a partecipare.
Un po' tristi, certo, perche' il sole splendeva, i canti partigiani confusi con le bandiere della pace si muovevano all'aria e il panino con la porchetta, o la canna promessa li' sui prati del Laterano, rischiavano di mancare all'appuntamento.
Insomma l'onda non s'e' gonfiata abbastanza. Ha devastato ma non esondato, li' dove per la Labicana, se solo a sufficienza fosse cresciuta, avrebbe potuto prendere la via del Parlamento e trasformarlo in assemblea permanente.
Ma continuiamo.
Qui, superati i fori imperiali, la strada che adesso vedete linda e pinta era, a ottobre scorso, infestata da bisogni bruciati posti a barricata. Opposti ai cordoni di antisommossa che filmavano e si preparavano a caricare. E quello, quello sulla destra, e' l'edificio ministeriale a cui l'onda anomala ha appiccato il fuoco. Le fiamme uscivano dal tetto. Dando quasi l'idea che Nerone fosse tornato in citta' a far visita ai ministri. O che gli scagnozzi di Nerone non fossero mai usciti dal libro paga dello Stato.
Piu' su, a destra, la scena del delirio. Piazza San Giovanni. Dove un veicolo blindato e' stato dato alle fiamme. Il giorno dopo il Manifesto avrebbe titolato a piena pagina “lettera alla bce” sopra alla fotografia di quel blindato bruciato. In realta' non c'e' stata nessuna lettera a nessuno. Semplicemente l'onda s'e' assorbita prima di piazza San Giovanni, dopo aver si devastato, ma non coinvolto a sufficienza, e tutto ormai era calmo quando il fiume intero ha rinculato contro cariche, a quel punto immotivate, dell'argine sbirresco, ed e' risalito indietro, cercando e riuscendo a tenere le strade fino a dopo il tramonto. Via per via, barricata per barricata, incendio per incendio. Lasciando impallidire gli atti miseri avvenuti durante il percorso, producendosi in ,moltiplicazione di gocce intervenute al patto di belligeranza e resistenza e realizzando la vera battaglia. La vera glorificazione di una giornata di sole. Perche' alla fine nessuno puo' agitarsi lungo un corso d'acqua e coinvolgere alla battaglia i piu'. Ma se aggrediti, gli individui, fanno presto ad accorgersi che riprendersi le strade ha un senso al di la' delle loro sparute vite.
Insomma... dove non e' riuscita l'onda anomala, e' riuscito l'argine sbirresco.
Anche se forse sarebbe stato meglio non attendere il colpo e dilagare gia' al pomeriggio verso Montecitorio.
Ma vaglielo a spiegare alla gente.

In ogni caso, alla fine, qui dove adesso vedete i turisti giapponesi fotografare i piccioni e le loro merde, la notte tra il 15 e il 16 ottobre c'era solo Devastazione.
La mia lettera D.
E adesso scusate, vi lascio alle vostre riflessioni. Perche' un anno e' passato ed io, oggi, ho parecchio da fare, dovendo andare a sposarmi.




APPENDICE ALLA PRIMA PARTE
Esse o Dire Fare Baciare Lettera Testamento

15 ottobre 2012, Roma

“Annego nell'odore che non sopporto e cola lungo le gambe quando, vacca al pascolo, rumino appresso a te in improbabili anfratti metropolitani, insperati e incredibili orti coltivati a vite, a patate, a cavoli e piante di zucca dai colori monotoni.
E' l''urgenza, ruvida, a farmi desiderare d'essere una puttana siriana al tempo in cui tu fosti un soldato della centuria in occupazione, nella scena in cui entri e mi devasti il corpo con le tue ossessioni. E' strano? Dovendo scegliere scelgo la scena in cui mi esplodi nelle viscere e nell'ano, quella in cui mi mangi, coperta di grasso che fregola appena uscito dal forno, o quella in cui mi rapini, mi tiri dai capelli di notte per strada, all'angolo buio del mercato o dietro il portone di casa. 
La mia fantasia e' un film Hard Core, ti ho detto una volta.
Saresti stato il primo nella vita, a prendermi sul serio.
E' solo questione di tempo.
Il tempo lo batte la pioggia sulle tegole mal messe dove i gatti d'estate fanno l'amore, se si puo' usare un eufemismo, avendo visto gatte stuprate da nugoli di maschi arrapati, e avendo considerato realisticamente che forse e' proprio quella “la natura”.
Cosi' come “e' solo questione di tempo” e “le stagioni scorrono”.
Ti fai pioggia e insemini il mondo. Permei la terra.
Ed io desidero essere terra, in autunno. Desidero essere polvere e fronde, e carne offerta in sacrificio sull'altare, nel bosco, in matrimonio col sangue e con la lama, con il lupo, io in una sottana, livida agli occhi, la sposa, una morta, nel giorno in cui indosso solo trame di radi e bianchi fili sottili, per piacere a te, dio dei necrofili.
Pero' adesso stringimi la mano e portami lungo la sponda del fiume, danzando. Ottobre miagola uniforme sul piatto.
Mi chiami. Con due nomi che non mi appartengono piu' un terzo che e' il mio. Il mio e di tutte quelle che sfiori durante l'orgia e intanto parli parli parli e non smetti mai di parlare, di predicare.
Predicami come fossi carne in transustanziazione. Vomita un mare buio alle nostre spalle come se fossimo in un quadro, e quello fosse lo sfondo. Ad atti di libidine violenta incomprensibili perpetrati nei confronti della propria vita, a sospetti di autolesionismo, all'ipnotismo, al mesmerismo, ad un naufrago che sospira e s'inebria e si lascia rapire, sadico conduce, e tortura e unge giustificato da arbitrari verdetti. Dalle nostre mani gialle, tra le onde nere, aggrappate a pochi galleggianti legni.
Esse"